Il maltrattamento istituzionale: riconoscerlo e interrogare pratiche, servizi e istituzioni. La banalità di ciò che può comprimere i diritti.
Questo testo nasce dalla lezione di apertura tenuta per il seminario online “Il maltrattamento istituzionale nelle misure di sicurezza non detentive tra tutela e controllo”, svolto il 29 ottobre 2026 e organizzato nell’ambito del DAI-SMDP dell’Azienda USL di Parma, con segreteria organizzativa dell’Ufficio Formazione del Dipartimento. La relazione orale, necessariamente più breve, è stata per me l’occasione per rimettere insieme questioni che negli ultimi anni avevo affrontato da angolature diverse: il maltrattamento istituzionale, la persistenza delle logiche istituzionali nei servizi, la deistituzionalizzazione e l’effettività dei diritti. Nel 2024, in “Dal manicomio ai ‘manicomietti’? Le comunità terapeutiche da Basaglia a oggi”, avevo ripreso l’interrogativo sulla possibilità che logiche e rapporti di potere propri delle istituzioni totali sopravvivano anche in contesti formalmente diversi. Con “La banalità del maltrattamento istituzionale contro le persone vulnerabili (in psichiatria, ma non solo)”, nel marzo 2025, lo sguardo si era spostato sulle pratiche quotidiane che possono diventare lesive senza presentarsi necessariamente come violenza manifesta. Nei mesi successivi, “L’istituzionalizzazione e la violenza sulle persone” e, poi, “Cooperazione sociale e istituzionalizzazione. Un’ambigua contraddizione da affrontare?” hanno riportato il problema alla struttura dei servizi, alle alternative realmente disponibili e al diritto alla vita indipendente. Sono lavori diversi, nati in momenti e contesti differenti. Non considero maltrattamento istituzionale e istituzionalizzazione termini sovrapponibili, ma mi sembra sempre più difficile affrontare il primo senza interrogare anche le condizioni organizzative e materiali entro cui le persone vivono e ricevono sostegni. È da questo intreccio di percorsi che nasce la riflessione che segue, attraversata soprattutto da una domanda: come può accadere che una responsabilità affidata per curare e proteggere finisca, talvolta senza che ce ne si renda conto, per restringere le possibilità di vita delle persone?
1. La violenza visibile e quella che si impara a non vedere
Partirei da una parola, più che da un episodio eclatante. Durante una riunione di équipe, in una comunità terapeutica, una giovane donna, che chiamerò Elena e che viveva lì da tempo, veniva ancora indicata come “una border”, prima ancora che con il proprio nome. Le sue azioni tendevano a essere interpretate attraverso quella definizione, invece che attraverso la conoscenza della sua storia e delle sue specificità. Da questo singolo episodio non si può ricostruire come funzionasse l’intera comunità, né stabilire che ci si trovasse di fronte a un caso di maltrattamento istituzionale. Si può, però, chiedersi quanto il linguaggio professionale influisca sul modo in cui una persona viene vista e ascoltata.
“Un essere umano è persona, prima di essere categorie, il che implica diritti inalienabili e fondamentali”, ha detto Chiara intervenendo in un recente seminario sulla salute mentale svoltosi il 10 ottobre, Giornata internazionale per la salute mentale. Parlava del rischio di essere letta soltanto attraverso diagnosi, sintomi e specificatori, fino a sentirsi, con una sua immagine, “uno scontrino, stampato e rilasciato dopo shopping sfrenato nel DSM V”. E aggiungeva: “Quando sono diventata una persona per gli altri, allora anche gli altri sono diventati per me persone da ascoltare”.
Le parole di Chiara, come l’episodio di Elena, riportano a un rischio sottile, quasi sommerso, che può attraversare anche le pratiche di cura: quello di perdere di vista le persone, la loro storia, ciò che desiderano e cercano di esprimere, quando diagnosi e classificazioni, pur utili, diventano la sola lente attraverso cui se ne interpretano parole, comportamenti e scelte, o quando le necessità organizzative finiscono per prevalere sull’ascolto. Anche servizi che funzionano bene sotto molti aspetti, con professionisti preparati e procedure accurate, possono sviluppare pratiche che non garantiscono i diritti, limitano le possibilità di scelta, accrescono la dipendenza o lasciano poco spazio al dissenso.
Penso a decisioni prese senza un confronto effettivo, a regole applicate con margini di discrezionalità e secondo criteri non sempre chiari o trasparenti, a informazioni non condivise. Penso anche a ritardi burocratici, a richieste che passano da un ufficio all’altro senza trovare risposta e a esigenze organizzative che, pur richiedendo talvolta adattamenti inevitabili, diventano problematiche quando finiscono per comprimere eccessivamente i diritti delle persone o per renderli, di fatto, inesigibili. E penso a gesti compiuti con premura, ma attraverso i quali ci si sostituisce abitualmente a qualcuno che potrebbe agire con tempi o sostegni diversi. A pratiche di questo tipo avevo riferito l’espressione “banalità del maltrattamento istituzionale”, per riflettere su quanto una pratica possa diventare abituale, essere considerata necessaria e, proprio per questo, sfuggire alla nostra attenzione.
Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, parlando dei “crimini di pace”, hanno messo in discussione la presunta neutralità dei tecnici e delle pratiche esercitate in nome dell’assistenza e della cura. Questo non significa svalutare il lavoro o le competenze dei professionisti, che rimangono indispensabili. Significa riconoscere che una finalità terapeutica o educativa, per quanto condivisibile, non ci dice ancora tutto degli effetti di una decisione.
2. Una chiave di lettura, non un’etichetta
Il concetto di maltrattamento istituzionale è stato approfondito soprattutto nell’ambito della protezione dell’infanzia e dell’adolescenza. Juan Luis Linares si è interrogato sulle contraddizioni delle istituzioni che hanno il compito di proteggere, ma che nello stesso tempo valutano e regolano i comportamenti delle persone affidate loro. Aurea Dissegna ha richiamato l’attenzione non soltanto sulle azioni dei singoli, ma anche sulle omissioni, sulle decisioni amministrative, sulle discontinuità e sul mancato coordinamento tra servizi.
Parlare di maltrattamento istituzionale vuol dire, quindi, non guardare soltanto a violenze e condotte aggressive, ma allargare lo sguardo al modo complessivo in cui viene esercitata una responsabilità verso qualcuno che può dipendere dal nostro intervento per curarsi, abitare, comunicare o semplicemente mantenere relazioni significative. La definizione di maltrattamento infantile proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama il danno effettivo o potenziale che può prodursi in una relazione di responsabilità, fiducia o potere. È una definizione riferita originariamente ai minori, che non possiamo trasferire automaticamente a tutti i servizi per adulti; ci aiuta però a interrogare gli effetti di responsabilità esercitate in rapporti asimmetrici.
Nel lavoro che sto sviluppando mi è quindi sembrato utile considerare il maltrattamento istituzionale come una prospettiva per interrogare la deformazione, in alcuni casi, delle pratiche di cura e protezione e gli effetti che producono sulle persone. Val la pena precisare preliminarmente che, nell’uso che ne faccio, maltrattamento istituzionale, violenza istituzionale e istituzionalizzazione non indicano la stessa cosa. Il maltrattamento istituzionale guarda soprattutto a ciò che una pratica di cura, protezione o sostegno sta facendo alla persona, alle sue conseguenze su di lei; la violenza istituzionale richiama principalmente i rapporti di potere, le regole, le procedure e le condizioni organizzative che possono rendere quella pratica possibile, normale o difficile da contestare. L’istituzionalizzazione riguarda invece un assetto più ampio della vita e dei sostegni, nel quale si restringono il controllo sulla propria quotidianità, le possibilità di scelta e la possibilità effettiva di uscire senza perdere assistenza e protezione. Sono prospettive diverse, che possono però incontrarsi nella stessa esperienza.
Quella del maltrattamento istituzionale è, quindi, una lente che può aiutare a osservare meglio ciò che accade, anche quando le procedure sono rispettate e le intenzioni sono buone. In alcuni casi, infatti, anche il funzionamento ordinario di un servizio, e non soltanto le deviazioni dalle procedure previste, può concorrere a produrre pratiche lesive e a comprimere i diritti. A renderne più riconoscibile il carattere istituzionale concorrono la ricorrenza delle pratiche, la prevedibilità dei loro effetti sui diritti e la loro persistenza, nonostante il dissenso delle persone o la presenza di alternative, elementi questi che possono aiutare a riconoscere quando una pratica tende ad assumere un carattere istituzionale.
Ad integrazione di queste considerazioni può tornare utile richiamare anche la distinzione proposta da Johan Galtung fra violenza diretta, strutturale e culturale. Accanto all’atto visibile e diretto vi sono condizioni che lo rendono praticabile e rappresentazioni che possono legittimarlo. Non sono categorie sovrapponibili al maltrattamento istituzionale, ma aiutano a vedere come condizioni organizzative e rappresentazioni culturali possano rendere alcune pratiche normali, necessarie o difficilmente contestabili.
Nel Quarto Rapporto sui Servizi sociali in Toscana del 2025, la riflessione sul maltrattamento istituzionale è collocata nel sistema integrato dei servizi sociali e sociosanitari e nel problema dell’effettività dei diritti. Vi si afferma che quando i servizi vengono meno ai propri doveri di garantire condizioni di vita rispettose dei diritti, si crea un terreno favorevole al maltrattamento istituzionale. Nel passaggio che segue il Rapporto utilizza anche l’espressione “violenza di Stato”: la riporto nel suo lessico, senza assumerla come sinonimo di violenza istituzionale:
“È proprio quando i servizi abdicano a precisi doveri e responsabilità di garanzia di condizioni di vita rispettose dei diritti delle persone, che si genera un terreno ideale per il maltrattamento istituzionale e la violenza di Stato. Si tratta di aprire un processo di responsabilizzazione delle istituzioni ed anche dei singoli operatori e professionisti, che promuova l’analisi nei contesti di cura e tutela, rilevi le criticità nelle procedure, nella gestione metodologica ed operativa che generano violenza e maltrattamento istituzionale”.
Vorrei ora affiancare all’episodio di Elena un’altra vicenda. In una comunità residenziale una persona conserva su una mensola libri di letteratura e filosofia; sono una passione importante, collegata anche al suo piccolo lavoro in una biblioteca. Secondo alcuni sono troppi, creano disordine, rendono quella stanza diversa dalle altre. Anche il servizio inviante nel corso di una visita condivide la valutazione. I libri vengono quindi rimossi e riposti in uno scatolone. Con la lente del maltrattamento istituzionale possiamo osservare alcuni effetti di questo intervento per la persona: la riduzione del controllo sulla propria stanza, una scelta compiuta da altri e il mancato riconoscimento di una passione e delle capacità a essa collegate. Ma soprattutto sorge una domanda: chi ha il potere di definire ciò che conta per la persona e come si è arrivati a una decisione che riguardava il suo spazio di vita, senza coinvolgerla realmente?
È in questa prospettiva che acquista rilievo un altro elemento talvolta trascurato: il modo in cui si guarda alle persone, che si riflette anche nel modo in cui se ne scrive. Diari, schede, relazioni, valutazioni del comportamento possono restituire quasi esclusivamente criticità, opposizioni, disturbi e mancate collaborazioni, lasciando sullo sfondo desideri, competenze, tentativi, capacità esercitate. Quelle descrizioni accompagnano poi la persona nei passaggi successivi e possono orientare decisioni che la riguardano. Questa attenzione diventa particolarmente importante nei percorsi che coinvolgono anche l’autorità giudiziaria. Quando le descrizioni professionali entrano nelle relazioni e negli atti che accompagnano un percorso, possono incidere su decisioni particolarmente importanti per la vita della persona. Diventa allora ancora più necessario distinguere ciò che è stato osservato dalle interpretazioni che ne vengono date, riconoscendo anche i limiti delle conoscenze disponibili.
Anche il linguaggio quotidiano dei servizi può contribuire a questo processo. Espressioni quali “lo facciamo per il suo bene”, “non è in grado di scegliere”, “si è sempre fatto così” o “non possiamo fare eccezioni” possono diventare il linguaggio attraverso il quale una scelta viene sottratta alla discussione. Anche quello che appare come semplice buon senso organizzativo — mantenere ordine, uniformità o rispettare le consuetudini del servizio — può finire per prevalere sulle caratteristiche, sui bisogni e sui diritti delle persone, senza che ci si interroghi abbastanza sul significato che determinate scelte hanno per la loro vita.
3. Le pratiche quotidiane e i loro effetti: sostegno, dipendenza, possibilità di scelta
Luca Fazzi, studiando il maltrattamento nelle RSA, ha mostrato come routine, organizzazione dei tempi e modelli assistenziali possano concorrere a normalizzare pratiche dannose, fino a renderle parte del funzionamento ordinario del servizio: il modo in cui un servizio organizza tempi, attività e priorità può incidere anche sul modo in cui le persone vengono ascoltate, accompagnate o sostituite nelle decisioni che le riguardano. Su un altro piano, ma guardando anch’egli agli effetti delle pratiche quotidiane, Tom Kitwood, lavorando sulla cura delle persone con demenza, ha descritto la “psicologia sociale maligna”: forme di infantilizzazione, invalidazione, manipolazione, oggettivazione e disempowerment, cioè la sottrazione delle occasioni di esercitare capacità possedute o del sostegno necessario per utilizzarle. La sua riflessione nasce in un campo specifico, ma aiuta a riconoscere qualcosa di importante: certe modalità relazionali possono essere lesive anche quando vengono esercitate con intenzioni benevole e sono ormai parte della cultura ordinaria del servizio.
Se, ad esempio, un servizio si sostituisce sistematicamente alla persona perché è più rapido, più semplice o più sicuro, oppure la esclude progressivamente da attività, esperienze e opportunità adducendo ragioni di tutela, anche fondate, ma senza che tali limitazioni siano adeguatamente motivate, discusse con la persona e periodicamente riesaminate, può ridurre le occasioni in cui la persona prova, decide, esercita capacità e, talvolta, sbaglia. Le capacità che la persona non ha più occasione di esercitare diventano meno visibili. La loro minore visibilità può essere letta come indice di capacità insufficienti e contribuire a giustificare un’assistenza ancora più sostitutiva, una riduzione delle opportunità offerte o ulteriori limitazioni. È un possibile circuito di conferma istituzionale: una capacità meno esercitata diventa meno visibile; ciò che diventa meno visibile può essere interpretato come incapacità e giustificare ulteriore sostituzione o restrizione, fino a far trovare alle restrizioni nei propri effetti una ragione per essere mantenute o persino ampliate.
Questo circuito non è inevitabile e non mette in discussione la necessità di sostegni anche intensi, indispensabili per molte persone. Ci invita però a considerare che, quando si adotta una misura o un intervento, occorre valutarne anche gli effetti nel tempo sui diritti, sulla dignità e sulle possibilità della persona di scegliere, coltivare relazioni e prendere iniziative. Occorre inoltre osservare che cosa cambia quando cambiano i tempi, gli interlocutori, l’ambiente e le possibilità di scegliere. La vulnerabilità può essere una condizione che incontriamo, ma può anche essere accentuata da ciò che la persona non ha più occasione di fare, dalle alternative che mancano o da sostegni che non vengono messi a disposizione.
Questa attenzione al contesto è centrale anche nel Positive Behavior Support (PBS), sviluppato in particolare nell’ambito della disabilità intellettiva e dei comportamenti che pongono sfide ai servizi. I lavori sui capable environments, contesti capaci, o favorevoli, richiamano l’importanza di qualità di vita, attività significative, relazioni, comunicazione, scelta, salute, competenza degli operatori e organizzazioni capaci di sostenere questi elementi. Invece con l’espressione environments of concern, che possiamo rendere come “contesti da attenzionare”, si parla di ambienti nei quali barriere, richieste incongrue, incoerenza, sovraccarico, rigidità organizzativa o carenza di risorse e opportunità possono contribuire a produrre distress, disagio e comportamenti che rischiano poi di essere letti soltanto come problemi della persona. La domanda diventa allora anche un’altra: prima di chiedere alla persona di cambiare, che cosa possiamo modificare nel contesto?
Ma il problema non riguarda soltanto le attività e le decisioni assunte al posto della persona. Può riguardare anche le alternative che un servizio o un sistema di servizi rende effettivamente disponibili. Una persona può essere formalmente ascoltata e avere, in realtà, una sola alternativa praticabile; può accettare un progetto residenziale perché senza quel luogo perderebbe anche i sostegni; può chiedere un cambiamento e attendere mesi, talvolta anni, fra competenze che si sovrappongono e procedure che rinviano continuamente la decisione. Aurea Dissegna richiama il ruolo delle omissioni, delle discontinuità e del mancato coordinamento nel produrre maltrattamento istituzionale. Non ogni ritardo è maltrattamento, ma quando il ritardo è prevedibile ed evitabile e la risposta arriva troppo tardi, il tempo può rendere inutile un diritto che sulla carta nessuno aveva negato.
Quando la possibilità di scegliere si restringe non soltanto nelle singole attività, ma nelle condizioni stesse dell’abitare e del vivere, si pone il problema dell’istituzionalizzazione. Una struttura può essere decorosa, persino attenta, senza che chi vi abita possa decidere dove vivere, con chi condividere la casa, quando uscire, quale attività svolgere o quale relazione coltivare. La chiusura dei grandi manicomi e degli istituti del passato non garantisce, di per sé, che le logiche istituzionali siano state superate: cambiare il nome, la dimensione o l’architettura non equivale necessariamente a modificare la distribuzione del potere.
L’articolo 19 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità riconosce il diritto di scegliere dove e con chi vivere e di accedere ai sostegni necessari nella comunità. Nelle Linee guida sulla deistituzionalizzazione del 2022, il Comitato ONU chiede agli Stati di riconoscere l’istituzionalizzazione come una forma di violenza. La guida OMS pubblicata nell’ottobre 2026 sulla transizione dagli ospedali psichiatrici ai servizi di comunità ricorda, da un’altra prospettiva, che non bastano dimissioni e cambiamenti di sede: occorre trasformare politiche, finanziamenti, sostegni abitativi, organizzazione e culture professionali. Senza alternative effettive, anche l’uscita dall’istituzione può tradursi in abbandono; senza il diritto di uscire, perfino una buona assistenza può convivere con la segregazione.
La storia di Piero Defilippi e Roberto Tarditi consente di riportare queste affermazioni alla concretezza di due vite. Anni senza vita al Cottolengo. Il racconto e le proposte di due ex ricoverati, ripubblicato da Mimesis nel 2026 a più di vent’anni dalla prima edizione, raccoglie la loro presa di parola dopo ventiquattro e trentacinque anni trascorsi al Cottolengo. Piero e Roberto non raccontano soltanto che cosa significasse vivere per decenni in un’istituzione: raccontano anche la decisione di uscirne, di vivere fuori, fra gli altri, e di trasformare quell’esperienza in una rivendicazione di diritti. La loro vicenda mostra anche quanto sia necessario distinguere le capacità delle persone dalle opportunità che hanno avuto concretamente la possibilità di esercitare. Ciò che per anni può apparire impossibile, o essere descritto come tale, può cambiare quando cambiano l’ambiente, le relazioni, le condizioni materiali e i sostegni. Questa testimonianza precede di molti anni la Convenzione ONU, ma possiamo rileggerla oggi anche alla luce dell’articolo 19: occorre che ogni persona, indipendentemente dai propri bisogni assistenziali, possa avere un luogo che sia realmente casa, scegliere con chi e come vivere e disporre dei sostegni necessari perché quella scelta non rimanga soltanto formale.
4. Tra tutela e controllo: misure di sicurezza, carcere e pratiche istituzionali
Il rapporto fra tutela, controllo e possibilità effettive di esercitare i diritti emerge, in forme diverse, anche nel carcere, che conosco direttamente nel mio ruolo di Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale di Asti. La privazione della libertà deriva qui da un provvedimento giudiziario e risponde a un mandato specifico; le misure di sicurezza non detentive e i servizi territoriali hanno presupposti e regimi giuridici differenti. Il confronto riguarda quindi, senza confondere questi contesti, il modo in cui il potere di regolare tempi, iniziative e opportunità può incidere sull’effettiva possibilità delle persone di esercitare i propri diritti.
Nel volume Abolire il carcere, Manconi e gli altri autori richiamano un processo di infantilizzazione che passa anche attraverso il linguaggio: la richiesta diventa una “domandina”, chi provvede agli acquisti lo “spesino”, chi pulisce lo “scopino”. Sono diminutivi che raccontano una condizione nella quale un adulto dipende, per numerosi aspetti della vita ordinaria, da autorizzazioni e decisioni di altri. La privazione della libertà prevista dalla legge non cancella gli altri diritti fondamentali, pur nel quadro delle limitazioni legittimamente connesse alla detenzione. Eppure il rischio è che l’esercizio concreto di quei diritti dipenda da concessioni, tempi e valutazioni istituzionali discrezionali, talvolta improntate a logiche paternalistiche.
Basaglia, nel testo La giustizia che non riesce a difendere se stessa, confrontava direttamente carcere e manicomio attraverso il lavoro. Un’attività capace di rompere la passività della segregazione, offrire reddito e riconoscimento può assumere anche una funzione di controllo quando l’accesso o la possibilità di proseguirla dipendono dall’arbitrio dell’istituzione o dalla conformità alle sue aspettative, fino al punto che esprimere dissenso o contestare una decisione può diventare motivo di esclusione. La Cooperativa Lavoratori Uniti, nata a Trieste nel 1972, indicava una direzione diversa: il lavoro come diritto, possibilità contrattuale e relazione con l’esterno, non come ricompensa per la docilità. È un passaggio che aiuta a distinguere un’opportunità fondata su diritti e riconoscimento da un’attività utilizzata, esplicitamente o meno, come strumento di premio, disciplina o controllo.
Qualche analogia può emergere anche nelle comunità terapeutiche, nei servizi diurni e in altri contesti assistenziali. Un laboratorio, un’uscita, un incarico significativo, uno spazio di autonomia, un’opportunità lavorativa o abitativa possono diventare riconoscimenti riservati solo o prioritariamente a chi è giudicato collaborativo. Esistono naturalmente requisiti legittimi legati alle capacità, alla sicurezza e alla responsabilità per svolgere determinate attività, e vanno considerati con attenzione, tenendo conto anche dei sostegni necessari e degli adattamenti possibili. Questi requisiti vanno distinti dalle aspettative di conformità dell’organizzazione: i diritti fondamentali non possono diventare benefici da meritare, e l’adattamento alle regole del servizio non è una misura del valore, delle capacità o delle possibilità di una persona.
L’espressione “paternalismo democratico”, utilizzata da Giuseppe Tibaldi, mi sembra utile per interrogare una contraddizione che può attraversare anche servizi orientati alla tutela dei diritti: professionisti convinti di conoscere e tutelare i diritti delle persone possono continuare a decidere al loro posto, rendendo difficile contestare o rifiutare le proposte formulate “per il loro bene”. È una forma di potere meno esplicita dell’imposizione, ma non per questo neutrale. La partecipazione è oggi un riferimento ricorrente nei documenti e nei progetti dei servizi. È però utile chiedersi che cosa cambi davvero nelle decisioni. Una persona può prendere parte a molte riunioni senza che le sue osservazioni incidano sul progetto; può essere ascoltata soprattutto per cercare un accordo su una scelta già orientata; può anche esprimere un consenso formalmente corretto senza disporre di alternative praticabili. Essere presenti o essere ascoltati non significa ancora poter incidere sulle decisioni, ed è soprattutto la possibilità di dissentire a mettere alla prova le garanzie. Il consenso alle cure segue una propria disciplina, a partire dalla legge 219/2017, ferme restando le eccezioni previste dall’ordinamento. Ma può una persona rifiutare una proposta senza rischiare, per questo solo motivo, di perdere l’abitazione o i sostegni? Può chiedere il riesame di una valutazione senza che il dissenso venga letto automaticamente attraverso la diagnosi? E può rivolgersi anche a un soggetto indipendente dal servizio?
Un ambito nel quale queste questioni assumono una particolare complessità è quello delle misure di sicurezza non detentive. Qui una decisione giudiziaria può stabilire prescrizioni, mentre i servizi sanitari e sociali sono chiamati a svolgere compiti di cura e sostegno, operando in raccordo con altre istituzioni. Le richieste rivolte alla persona possono però avere natura e fondamenti differenti: una prescrizione contenuta nel provvedimento del giudice, una proposta terapeutica formulata dai professionisti e una regola di funzionamento della comunità non sono la stessa cosa. Chiedersi chi abbia deciso che cosa, in base a quale competenza e con quali possibilità di chiarimento o riesame è già un modo per rendere visibile l’esercizio del potere. Rifiutare una proposta terapeutica, non osservare una prescrizione giudiziaria e contestare una regola organizzativa hanno fondamenti e possibili conseguenze differenti e richiedono valutazioni appropriate, nel rispetto delle competenze e delle garanzie previste. Ricondurre tutto a una generica “mancata collaborazione” rischia di rendere meno riconoscibili i diritti della persona e le responsabilità istituzionali.
5. La responsabilità di non considerare neutrale il proprio potere
Questa attenzione al dissenso, alla possibilità di scegliere e di incidere sulle decisioni che riguardano la propria vita trova un riferimento importante nell’approccio basato sui diritti umani e nel programma OMS QualityRights. Guardare ai servizi da questa prospettiva significa non considerare i diritti come qualcosa che dipende dal grado di autonomia raggiunto, dalla capacità di adattarsi alle richieste del servizio o dalla disponibilità a collaborare. Le persone rimangono sempre titolari di diritti, anche quando necessitano di sostegni elevati. Anzi, proprio in queste situazioni diventa particolarmente importante chiedersi quali condizioni consentano loro di esprimere volontà e preferenze, comprendere le alternative, partecipare alle decisioni e, quando necessario, dissentire. I diritti, quindi, non possono ridursi ad una dichiarazione di principio: istituzioni e professioni hanno la responsabilità di creare le condizioni perché possano essere concretamente esercitati, anche attraverso sostegni adeguati, adattamenti ragionevoli, informazioni accessibili e possibilità effettive di contestare le decisioni o chiederne il riesame.
Anche il lavoro sociale anti-oppressivo offre un contributo importante: allarga lo sguardo oltre il maltrattamento nelle istituzioni, considerando anche le disuguaglianze e le condizioni sociali e materiali nelle quali i rapporti di cura e tutela prendono forma. In Italia il Manifesto del lavoro sociale anti-oppressivo testimonia un percorso collettivo di riflessione critica sulle professioni. Lo richiamo perché ci invita a chiederci chi definisce i problemi, quali interpretazioni diventano autorevoli e quanto le persone possano incidere sulle decisioni che le riguardano. Chiama in causa anche regole, procedure e condizioni organizzative che possono concorrere a produrre pratiche lesive.
Per comprendere e prevenire il maltrattamento istituzionale occorre, infatti, guardare anche a come vengono costruite le decisioni: chi propone un intervento, chi lo autorizza, chi lo realizza, quali risorse sono disponibili, come vengono valutati gli effetti e chi può controllare il processo. Una pratica lesiva può infatti non dipendere da una singola decisione o da un singolo professionista, ma prendere forma lungo una catena nella quale responsabilità, risorse e possibilità di intervento sono distribuite tra soggetti diversi.
Mi sembra che qui ritorni la questione posta da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia attraverso i “crimini di pace”: per contribuire a trasformare le istituzioni dobbiamo riconoscere che anche noi operiamo dentro rapporti di potere, con responsabilità e possibilità di scelta differenti. Questo non significa rinunciare alla cura, alla protezione o alle competenze professionali, né dimenticare il lavoro prezioso svolto ogni giorno spesso in condizioni difficili e con risorse limitate. Significa mantenere aperta la possibilità di verificare insieme alle persone gli effetti delle decisioni, anche quando si è convinti di agire nel loro interesse. È anche da qui che può cominciare un lavoro sulle istituzioni che non si limiti a correggere gli abusi più evidenti, ma continui a interrogare pratiche ordinarie, regole, abitudini e modi di esercitare responsabilità e potere.
Domenico Massano
Riferimenti e fonti
- Domenico Massano, “La banalità del maltrattamento istituzionale contro le persone vulnerabili (in psichiatria, ma non solo)”, Persone e Diritti, 5 marzo 2025; ripreso, con alcuni riadattamenti, da Superando, 17 aprile 2025, e da GRUSOL, 18 aprile 2025. https://personeediritti.altervista.org/la-banalita-del-maltrattamento-istituzionale-in-psichiatria-ma-non-solo/
- Domenico Massano, “Dal manicomio ai ‘manicomietti’? Le comunità terapeutiche da Basaglia a oggi”, Persone e Diritti, 23 novembre 2024; pubblicato anche da Superando, 9 ottobre 2024, e ripreso da GRUSOL, 11 ottobre 2024.
- Domenico Massano, “L’istituzionalizzazione e la violenza sulle persone (con disabilità, con disturbo mentale, anziane, …)”, Persone e Diritti, 3 settembre 2025; ripreso da Informare un’h, 3 settembre 2025.
- Domenico Massano, “Cooperazione sociale e istituzionalizzazione. Un’ambigua contraddizione da affrontare?”, Persone e Diritti, 28 dicembre 2025; ripreso da Informare un’h, 14 gennaio 2026.
- Chiara G., intervento al seminario sulla salute mentale del 10 ottobre 2026, https://progettoemmaus.it/8687/autodeterminazione-cura-liberta-di-scelta-il-10-ottobre-un-incontro-sulla-salute-mentale-ei-diritti-umani/.
- Juan Luis Linares, Jorge Colapinto e Pier Giorgio Semboloni, Il maltrattamento istituzionale dei minorenni. Storie per non dormire, Alpes Italia, 2023.
- Aurea Dissegna, Maltrattamento istituzionale. Criticità del sistema di garanzie dei diritti dei bambini, degli adolescenti e delle loro famiglie, FrancoAngeli, 2022.
- World Health Organization, Report of the Consultation on Child Abuse Prevention, WHO/HSC/PVI/99.1, Ginevra, 1999.
- Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia (a cura di), Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti all’oppressione, Einaudi, 1975.
- Tom Kitwood, Dementia Reconsidered: The Person Comes First, Open University Press, 1997.
- Luca Fazzi, “Il maltrattamento invisibile degli anziani e dei disabili nelle RSA tra quotidianità e normalizzazione”, in Ciro Tarantino (a cura di), Il soggiorno obbligato, Il Mulino, 2024, pp. 447–459.
- Luca Fazzi, “Che cosa intendiamo quando parliamo di maltrattamento degli anziani nelle strutture residenziali?”, I Luoghi della Cura, n. 1, 2023.
- Edward G. Carr et al., “Positive Behavior Support: Evolution of an Applied Science”, Journal of Positive Behavior Interventions, 4(1), 2002, pp. 4–16, doi: 10.1177/109830070200400102.
- Peter McGill et al., “Capable environments”, Tizard Learning Disability Review, 25(3), 2020, pp. 109–116.
- M. Jorgensen, K. Nankervis e J. Chan, “Environments of concern: reframing challenging behaviour within a human rights approach”, International Journal of Developmental Disabilities, 69(1), 2023.
- Johan Galtung, “Violence, Peace, and Peace Research”, Journal of Peace Research, 6(3), 1969; “Cultural Violence”, Journal of Peace Research, 27(3), 1990.
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- World Health Organization, Supporting the transition to community-based mental health and social care: Practical guide to the deinstitutionalization of psychiatric hospitals, 9 ottobre 2026.
- Piero Defilippi e Roberto Tarditi, Anni senza vita al Cottolengo, a cura di C. Tarantino e S. Pigoni, Mimesis, 2026.
- Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini, Chiarelettere, edizione aggiornata 2022.
- Franco Basaglia, “La giustizia che non riesce a difendere se stessa”, in Scritti 1953–1980, Il Saggiatore, 2017.
- Cooperativa sociale Lavoratori Uniti Franco Basaglia, “La nostra storia” (Cooperativa Lavoratori Uniti, Trieste, 1972), https://www.clufbasaglia.it/cooperativa/
- World Health Organization, WHO QualityRights module on supported decision-making and advance planning, 2019.
- Giuseppe Tibaldi, “I nuovi diritti di cittadinanza. La legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento e le sue possibili applicazioni condivise, in salute mentale”, Sestante, n. 6, novembre 2018. https://salute.regione.emilia-romagna.it/salute-mentale/documentazione/la-rivista-sestante/i-numeri-pubblicati-dal-2015/verso-coercizione-zero-dai-trattamenti-obbligatori-ai-percorsi-di-cura
- Giuseppe Tibaldi, intervento al dibattito “Artt. 4 e 5: disposizioni anticipate di trattamento (DAT) e pianificazione condivisa delle cure”, Associazione Diritti alla Follia, 13 marzo 2021, registrazione e trascrizione su Radio Radicale (riferimento all’espressione ‘paternalismo democratico’). https://www.radioradicale.it/scheda/631412/artt-4-e-5-disposizioni-anticipate-di-trattamento-dat-e-pianificazione-condivisa-delle
- “Manifesto del lavoro sociale anti-oppressivo. Un percorso collettivo e aperto”, in Animazione Sociale, focus “L’anima politica del lavoro sociale”, pp. 73–77; presentazione e accesso al testo: https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/per-un-lavoro-sociale-che-non-opprime/
- Daniele Scarscelli, Controllo e autodeterminazione nel lavoro sociale. Una prospettiva anti-oppressiva, Meltemi, 2022. https://www.meltemieditore.it/catalogo/controllo-autodeterminazione-nel-lavoro-sociale/
- Maria Turati, “Praticare l’approccio anti-oppressivo nel lavoro sociale con le persone con disabilità”, Studi e ricerche di Lavoro Sociale, 1(2), 2024, pp. 43–58, doi: 10.14605/SrLS122403.
- Jan Fook, Social Work: A Critical Approach to Practice, 4ª ed., Sage, 2022. https://www.sagepub.com/shop/buy-a-book/social-work-4-260992
- Lena Dominelli, Anti-Oppressive Social Work Theory and Practice, Palgrave Macmillan, 2002. https://link.springer.com/book/10.1007/978-1-4039-1400-2
- Regione Toscana, Osservatorio Sociale Regionale, Quarto Rapporto sui Servizi sociali in Toscana, 2025, §5.2, “Cantiere sociale sulla violenza istituzionale”, pp. 100–103. https://www.regione.toscana.it/documents/d/guest/4-rapporto_servizisociali_2025
- Legge 22 dicembre 2017, n. 219, “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, art. 1. https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.codiceRedazionale=18G00006&atto.dataPubblicazioneGazzetta=2018-01-16

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