Il carcere, il quarantennale della legge Gozzini e l'attualità degli interrogativi di Alessandro Margara

“Perché le condizioni delle carceri peggiorano progressivamente, producendo sovraffollamento, a sua volta causa di degrado, così che il lavoro, la scuola e le altre attività che dovrebbero rendere attiva la vita nel carcere non sono più realizzabili? Perché la guerra alla povertà è finita da tempo? I poveri hanno perso, ovviamente. Perché, col sovraffollamento, aumentano le ore di permanenza in celle sovraffollate dei detenuti, costretti all’ozio in periodi giornalieri di circa 20 ore? Perché aumentano i suicidi e le morti in cella? Perché l’Amministrazione penitenziaria, cui è stato dato da attuare, nel 1975, l’Ordinamento penitenziario, sviluppato anche dalla Legge Gozzini del 1986, non ha saputo gestirlo in funzione delle finalità costituzionali di quelle leggi, così che oggi la situazione è peggiore di allora?” (Alessandro Margara, Punti interrogativi, in Il carcere al tempo della crisi, 2013).

Sono trascorsi più di dieci anni da quando Alessandro Margara formulava questi interrogativi, raccogliendo in poche righe alcune delle contraddizioni che attraversavano il sistema penitenziario. Domande che conservano una particolare attualità in occasione del quarantesimo anniversario della legge Gozzini (legge 10 ottobre 1986, n. 663), una delle riforme più significative nel percorso di attuazione dell'articolo 27 della Costituzione.

Margara, prima Magistrato di sorveglianza, poi Direttore generale del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria e infine Garante regionale delle persone private della libertà personale in Toscana, fu tra i protagonisti di quel percorso, insieme a Mario Gozzini e a quanti contribuirono a sviluppare e rilanciare la riforma penitenziaria avviata con l'ordinamento del 1975, cercando di superarne le limitazioni e di rendere effettiva una concezione della pena che riconoscesse la possibilità di cambiamento della persona condannata. La riforma ha ampliato le possibilità di un'esecuzione della pena più aperta al territorio e orientata a percorsi graduali di reinserimento sociale, attraverso l'introduzione dei permessi premio, l'ampliamento dell'accesso alle misure alternative, interventi sul lavoro e su altri aspetti dell'ordinamento penitenziario, nel rispetto delle condizioni previste dall'ordinamento, delle valutazioni individualizzate e della necessaria attenzione alle esigenze di sicurezza.  Ha così contribuito a rafforzare una concezione della pena che non identifica la persona esclusivamente con il reato commesso e riconosce nel tempo della detenzione la possibilità di costruire percorsi di cambiamento e partecipazione.

Nel ricordare Mario Gozzini, in uno scritto del 2000 intitolato Il carcere utile. Il senso di un impegno, Margara riprendeva la sua convinzione che la condanna restituisse una fotografia della persona nel momento in cui aveva commesso il reato, mentre la sua esistenza continuava, poteva modificarsi e richiedeva di essere riconosciuta nella sua evoluzione. Il carcere avrebbe dovuto contribuire a rendere possibili questi cambiamenti, offrendo opportunità e risorse, intervenendo sulle condizioni concrete nelle quali la persona avrebbe potuto costruire un diverso inserimento sociale, anziché limitarsi a consumare il tempo della pena. In questo percorso assume un ruolo essenziale anche la responsabilità della persona detenuta, che non può essere sostituita nelle proprie scelte, nel confronto con le proprie azioni e le loro conseguenze e nella costruzione di nuove prospettive di vita.

La storia successiva della legge Gozzini è stata complessa. Interventi normativi, soprattutto negli anni Novanta, hanno introdotto importanti restrizioni, mentre altre riforme hanno ampliato nuovamente alcune possibilità di accesso alle misure alternative. Ma Margara individuava un problema che accompagnava l'ordinamento penitenziario fin dalle sue origini e che andava oltre le modifiche legislative: la difficoltà di trasformare concretamente il carcere e la sua organizzazione in funzione degli obiettivi fissati dalla legge.

Riprendendo un'immagine utilizzata da Gozzini, ricordava come il vino nuovo della riforma fosse stato versato negli otri vecchi. Nuove finalità e opportunità affidate a strutture, risorse e modelli organizzativi che non erano stati adeguatamente trasformati. L'insufficienza di personale e di risorse destinati alle attività educative e trattamentali, la scarsità di lavoro e formazione, le difficoltà nel rapporto con i servizi esterni costituivano già allora ostacoli rilevanti.

Sono questioni che attraversano ancora oggi il sistema penitenziario, aggravate dal sovraffollamento, dai problemi strutturali, dalle carenze di personale nelle diverse aree e dalle difficoltà organizzative. Anche quando esistono le condizioni giuridiche per prendere in considerazione un percorso di reinserimento, la sua effettiva realizzazione può essere ostacolata dall'insufficienza delle opportunità disponibili, dai tempi necessari alla costruzione dei progetti individualizzati, dai trasferimenti che possono interromperne la continuità o dalla mancanza di soluzioni abitative, opportunità lavorative e sostegni esterni.

Nella mia esperienza di Garante presso la Casa di Reclusione di Asti, un istituto di Alta Sicurezza con caratteristiche e condizioni differenti da quelle di altre realtà penitenziarie, ho modo di osservare come il sovraffollamento, le problematiche strutturali, le carenze di personale e di risorse possano rendere particolarmente difficile garantire continuità e sviluppo alle attività, nonostante l'impegno degli operatori, delle persone detenute e delle realtà esterne coinvolte nei diversi progetti.

Si ripropone così anche il problema, richiamato da Margara, di un tempo della detenzione che, in assenza di attività significative, relazioni e opportunità, rischia di diventare un tempo vuoto, nel quale diventa difficile coltivare interessi, sviluppare capacità e costruire prospettive per il futuro. La scuola, il lavoro, le attività culturali e i rapporti con la comunità esterna assumono anche per questo un'importanza che va ben oltre la semplice occupazione delle giornate.

Margara richiamava, anche attraverso la giurisprudenza costituzionale, la responsabilità del sistema nel predisporre i mezzi necessari alla realizzazione delle finalità rieducative della pena. Una responsabilità che riguarda anche la capacità di governo e programmazione dell'Amministrazione penitenziaria, a partire dal livello centrale, affinché le disposizioni e le scelte organizzative sostengano il lavoro degli istituti, le attività trattamentali e i rapporti con il territorio. Alcune recenti decisioni del DAP, anche a seguito della circolare del 21 ottobre 2025, hanno tuttavia limitato lo svolgimento di iniziative con la partecipazione della comunità esterna nei circuiti di Alta Sicurezza, incidendo su percorsi costruiti negli anni. Le difficoltà strutturali e organizzative non possono essere semplicemente considerate inevitabili, né le loro conseguenze possono essere fatte ricadere interamente sulle persone detenute.

In questa riflessione assume un significato particolare anche l'interrogativo di Margara sulla povertà, che richiama il rapporto tra marginalità sociale, politiche di sicurezza e progressiva espansione della risposta penale. Le condizioni di povertà e di esclusione sociale che spesso precedono la detenzione possono continuare a incidere sulla vita delle persone e delle loro famiglie anche durante l'esecuzione della pena e rappresentare ulteriori ostacoli alla possibilità di accedere a percorsi alternativi. La mancanza di un'abitazione, di un lavoro, di relazioni e sostegni adeguati può rendere più difficile anche il ritorno alla libertà.

Il richiamo all'articolo 27 della Costituzione incontra così quello all'articolo 3, che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l'uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Un collegamento che Margara considerava essenziale e che richiama la responsabilità delle istituzioni, non solo quelle penitenziarie, e delle comunità nel rendere concretamente possibili i percorsi di reinserimento.

A quarant'anni dalla legge Gozzini, gli interrogativi di Margara richiamano la responsabilità di rendere effettivamente praticabili le opportunità previste dall'ordinamento, attraverso scelte legislative, indirizzi amministrativi, risorse e servizi coerenti con le finalità costituzionali della pena.

Domenico Massano
Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale di Asti

Commenti