Corpo, presenza, relazione e autoprotezione nella gestione dell’aggressività. Per una prospettiva pedagogica, complessa e basata sui diritti

Questo contributo riprende e sviluppa una prima riflessione sull’argomento pubblicata su questa stessa testata (Introduzione alla difesa personale come strumento di presenza eautoconsapevolezza, in una prospettiva pedagogica), alla luce degli approfondimenti teorici e dell’esperienza formativa maturati successivamente.

Nel 2025 avevo proposto una prima riflessione sull’introduzione alla difesa personale come strumento di presenza e autoconsapevolezza in una prospettiva pedagogica. Quel contributo nasceva da una pratica formativa sviluppata nel corso di molti anni e dall’idea che la difesa personale, quando viene separata dal lavoro educativo, sociale o sanitario e ridotta all’apprendimento di tecniche fisiche, rischi di creare fraintendimenti. Se opportunamente ripensata, può invece offrire un’esperienza utile per conoscere il proprio corpo, riconoscere alcune reazioni automatiche e affrontare con maggiore consapevolezza le situazioni di tensione.

Quel primo articolo e quello attuale sono tappe di un percorso di ricerca-azione tuttora aperto. Il confronto con altri tecnici e operatori, le osservazioni emerse nei percorsi formativi, nuove letture e l’approfondimento delle indicazioni istituzionali mi hanno portato a rivedere alcune formulazioni e, soprattutto, ad ampliare il campo di osservazione. La dimensione corporea rimane centrale, ma è diventato sempre più evidente quanto debba essere letta insieme alla relazione, all’ambiente, all’organizzazione, ai rapporti di potere e ai diritti. Anche per questo oggi parlerei meno di “difesa personale” come oggetto autonomo e maggiormente di autoprotezione: non soltanto proteggere fisicamente il proprio corpo, ma percepire ciò che accade, conservare o recuperare orientamento, comunicare, porre limiti, creare distanza, chiedere aiuto e mantenere, quando possibile, più opportunità di scelta.

Una parte importante di questa evoluzione è maturata attraverso la rilettura e la progressiva rielaborazione dei diversi percorsi formativi condotti ed in particolare dell’esperienza di Presenti e sicuri. La gestione dell’aggressività nel lavoro sociale, percorso che conduco dal 2011 insieme allo psicologo e psicoterapeuta Ezio Farinetti per l’Università della Strada del Gruppo Abele. Le numerose edizioni realizzate con operatori provenienti da contesti differenti hanno costituito un laboratorio nel quale sperimentare, discutere e modificare progressivamente attività, cautele e riferimenti. È una base esperienziale significativa, che non equivale tuttavia alla validazione scientifica del modello nel suo complesso. Le riflessioni che seguono costituiscono quindi una nuova tappa di un lavoro ancora in costruzione, che dovrà essere ulteriormente condiviso, ma che sta progressivamente assumendo la forma di una guida pedagogico-operativa e apre, più ampiamente, alla possibilità di un saggio sulla gestione dell’aggressività nel quale presenza, sicurezza, relazione, responsabilità professionale e diritti possano essere pensati insieme.

Dal corpo alla capacità di scegliere

La dimensione corporea resta il punto di partenza. Nelle situazioni di tensione il corpo cambia prima ancora che si riesca a dare un nome a ciò che si sta vivendo. Si modifica il respiro, aumenta il tono muscolare, possono irrigidirsi mandibola e spalle, cambiano la posizione nello spazio e la qualità dello sguardo; l’attenzione può restringersi, mentre possono emergere gli impulsi ad avanzare, contrapporsi, arretrare o immobilizzarsi. Queste reazioni non devono essere considerate automaticamente problemi o errori da correggere. Sono innanzitutto informazioni.

Riconoscerle può consentire di accorgersi prima di ciò che sta accadendo e, in alcune condizioni, di recuperare un piccolo intervallo fra ciò che percepiamo e la risposta che mettiamo in atto. È proprio in questo intervallo che si colloca uno dei significati pedagogici dell’esperienza corporea: non eliminare paura, rabbia o tensione, ma renderle maggiormente riconoscibili e quindi, almeno in parte, pensabili.

Howard Gardner ha contribuito a mettere in discussione una concezione dell’intelligenza quasi esclusivamente logico-linguistica, riconoscendo fra le capacità umane anche quella corporeo-cinestetica. Il suo interesse, in questo contesto, non consiste nel fornire categorie nelle quali suddividere rigidamente le persone o le modalità di apprendimento, quanto nel ricordarci che conoscere e apprendere non passano esclusivamente attraverso la parola e l’astrazione.

Un riferimento teorico più diretto al rapporto fra corpo, percezione, azione e cognizione è offerto dagli studi sull’embodied cognition. Pur all’interno di prospettive differenti, questi lavori hanno contribuito a superare una rappresentazione della mente come sistema isolato dal corpo che percepisce e agisce e dall’ambiente nel quale l’azione si svolge. Il modo in cui ci orientiamo, ci muoviamo e percepiamo partecipa al processo attraverso il quale comprendiamo la situazione e scegliamo come agire.

Il corpo non costituisce quindi un’aggiunta “pratica” a una formazione intellettuale. Può diventare uno dei luoghi attraverso i quali pensiero, emozione, percezione e azione vengono messi in relazione.

Nel precedente articolo avevo attribuito un certo rilievo anche ai lavori di Amy Cuddy sul rapporto fra postura e presenza. Quel riferimento è stato uno degli stimoli che hanno accompagnato lo sviluppo di alcune riflessioni nell’ambito del percorso Presenti e sicuri e continua per questo a conservare per me un valore nella genealogia del lavoro. Le ricerche successive hanno tuttavia ridimensionato alcune delle affermazioni più note associate al cosiddetto power posing, in particolare quelle relative alle modificazioni ormonali e alla propensione al rischio. Oggi manterrei quindi di Cuddy soprattutto il richiamo al tema della presenza e all’esperienza soggettiva del proprio modo di stare nella situazione, collocandolo entro la più ampia e articolata riflessione sul rapporto fra corpo, percezione e cognizione.

Respirare, sentire gli appoggi, ritrovare movimento

La respirazione rappresenta un esempio particolarmente evidente del rapporto fra attivazione e possibilità di intervento consapevole. Ansia, paura e rabbia possono modificarne ritmo e profondità; contemporaneamente, il respiro può essere, entro certi limiti, modulato volontariamente. Le ricerche sulla respirazione diaframmatica e volontariamente rallentata indicano possibili effetti sulla percezione dello stress e su alcuni parametri fisiologici, pur con risultati differenti secondo le persone, le modalità utilizzate e i contesti. Il suo valore formativo non consiste dunque nell’insegnare una tecnica capace di “calmare” automaticamente, ma nell’imparare a riconoscere ciò che sta accadendo e sperimentare se una modifica prudente del respiro possa contribuire a recuperare orientamento e disponibilità all’azione.

Lo stesso vale per il grounding. Il termine è stato utilizzato nella bioenergetica di Alexander Lowen all’interno di una specifica concezione psicocorporea. In un percorso formativo può essere utilizzato più semplicemente in senso operativo e sensomotorio: percepire gli appoggi, la distribuzione del peso, il rapporto con il terreno o con una superficie di sostegno e le direzioni nelle quali è possibile muoversi. L’obiettivo non è costruire un corpo immobile e “forte”. Essere stabili non significa restare fermi. Significa poter attraversare uno spostamento senza perdere completamente orientamento, possibilità di scelta e capacità di relazione.

Per la stessa ragione preferisco oggi parlare di assetto funzionale piuttosto che di “postura corretta”. Non esiste una configurazione corporea universalmente appropriata: età, statura, mobilità, dolore, disabilità, uso di ausili e caratteristiche individuali modificano ciò che è realmente praticabile. Un assetto può essere considerato funzionale quando consente di respirare, osservare, comunicare e muoversi, senza imporre al corpo un modello ideale.

Questo passaggio mi sembra pedagogicamente significativo anche oltre la tecnica. Il compito del formatore non dovrebbe essere produrre copie del proprio modo di stare o muoversi, ma aiutare ciascuno a riconoscere alcuni principi e a tradurli nel proprio corpo.

Lo spazio partecipa alla relazione

Il corpo esiste sempre dentro uno spazio: la prossemica di Edward T. Hall ha mostrato quanto distanza e vicinanza assumano significati differenti secondo la relazione, il contesto e la cultura. Nelle situazioni di crescente tensione questo aspetto può diventare particolarmente rilevante. Una vicinanza normalmente tollerata può essere improvvisamente vissuta come invasiva; un movimento compiuto dall’operatore con intenzione protettiva può essere interpretato dall’altra persona come tentativo di controllo; un arretramento brusco può essere percepito come rifiuto o paura. Diventa quindi importante osservare non soltanto quanto siamo distanti, ma come cambia la distanza e quale libertà di movimento conservano le persone coinvolte.

Anche l’ambiente partecipa alla relazione. Una scrivania, un corridoio stretto, una porta chiusa, la disposizione degli arredi, l’affollamento o il rumore possono favorire il dialogo oppure accentuare la sensazione di essere intrappolati, esposti o controllati. La formazione alla gestione dell’aggressività dovrebbe perciò comprendere anche una lettura consapevole dello spazio: riconoscere le possibilità di allontanamento, sapere come chiedere aiuto, verificare se le persone conservino sufficiente libertà di movimento e osservare se le caratteristiche dell’ambiente stiano contribuendo all’aumento della tensione.

In questo senso assume particolare rilevanza il riconoscimento delle possibili vie di uscita e di allontanamento. Queste non coincidono necessariamente con una porta: possono consistere in qualsiasi percorso concretamente praticabile che consenta di creare distanza, interrompere l’esposizione e raggiungere una condizione più sicura. In un domicilio possono comprendere porte, corridoi, scale o altri passaggi; in strada possono essere una direzione libera, uno spazio aperto o un luogo nel quale sia possibile ricevere aiuto. Preservare la possibilità di movimento significa soprattutto mantenere aperta una possibilità concreta di scelta, non prepararsi alla fuga.

La possibilità di uscita e di allontanamento dovrebbe inoltre essere pensata, quando possibile, per entrambe le persone. L’operatore deve evitare di collocarsi in una posizione dalla quale non possa più muoversi o allontanarsi, ma anche di occupare l’unico passaggio disponibile o impedire implicitamente all’altra persona di aumentare la distanza.

Queste attenzioni diventano ancora più importanti nel lavoro domiciliare, di strada e di prossimità, dove l’operatore entra in ambienti non predisposti dal servizio e soltanto parzialmente prevedibili. In tali contesti la disponibilità relazionale non può trasformarsi in esposizione sacrificale, ma neppure la tutela può diventare una postura difensiva permanente nella quale ogni persona incontrata venga anticipatamente considerata una minaccia. La competenza consiste piuttosto nel cercare di rimanere accessibili senza perdere orientamento, confini e possibilità di uscita.

Osservare senza pretendere di sapere

L’attenzione al corpo apre però una questione ulteriore. Sentire il proprio corpo irrigidirsi davanti a una persona è un’informazione importante. Non dimostra, da sola, che quella persona stia per aggredirci. Analogamente, tono della voce, movimento, agitazione, sguardo o avvicinamento possono rappresentare segnali da osservare, ma non consentono di conoscere automaticamente intenzioni e sviluppi successivi.

Edgar Morin ha insistito sulla fallibilità della conoscenza, sui rischi dell’errore e dell’illusione e sui limiti dei paradigmi semplificanti attraverso i quali cerchiamo di comprendere realtà complesse. La sua proposta di una riforma del pensiero invita a mantenere aperte alla revisione le rappresentazioni attraverso cui interpretiamo il mondo. Applicata al lavoro professionale, questa prospettiva invita a distinguere osservazione e interpretazione.

Una diagnosi, un precedente episodio aggressivo o una segnalazione di rischio possono essere informazioni rilevanti, ma possono produrre effetti stigmatizzanti quando ciò che sappiamo di una situazione viene trasformato in una verità definitiva sulla persona. Una lettura professionale dovrebbe quindi mantenere le proprie interpretazioni come ipotesi rivedibili, conservando la disponibilità a considerare spiegazioni differenti e, soprattutto, a domandarsi che cosa potrebbe smentire l’interpretazione che stiamo formulando.

Riconoscere l’incertezza e considerare differenti interpretazioni possibili non significa relativizzare il rischio; può, al contrario, aiutare a valutarlo meglio, evitando che aspettative pregresse e categorie professionali sostituiscano l’osservazione di ciò che sta effettivamente accadendo.

Aggressività, potere e istituzione

La gestione dell’aggressività rischia facilmente di essere pensata come un problema che risiede interamente nell’altra persona: qualcuno “è aggressivo” e l’operatore deve imparare a gestirlo. Allargare lo sguardo non significa negare la responsabilità di chi mette in atto una minaccia o una violenza, ma riconoscere che il comportamento prende forma dentro relazioni e contesti concreti. Condizioni sociali e organizzative, esperienze di esclusione, regole, linguaggi e possibilità effettive di scelta possono concorrere a produrre frustrazione, impotenza e conflitto. In questo senso, le categorie di violenza strutturale e culturale elaborate da Johan Galtung costituiscono uno sfondo utile per non ridurre l’analisi all’evento immediatamente visibile.

È soprattutto la riflessione di Franco Basaglia, tuttavia, a interrogare direttamente il ruolo del professionista. La tecnica non viene mai esercitata in uno spazio neutro: chi cura, educa o assiste agisce attraverso un sapere, un mandato e una delega istituzionale che gli attribuiscono anche un potere. La figura del “tecnico del sapere pratico” richiama la responsabilità di interrogare continuamente la funzione concreta svolta dalla propria competenza.

Una pratica può essere formalmente orientata alla cura e contemporaneamente rispondere alla necessità dell’istituzione di mantenere ordine, prevedibilità e controllo; può proteggere la persona, ma può anche sostituirsi alla sua volontà o chiederle di adattarsi alle esigenze del servizio. Il problema non è dunque rinunciare alla professionalità, ma evitare che il sapere professionale diventi autosufficiente nel definire bisogni, comportamenti accettabili e risposte appropriate.

Da una prospettiva differente, Foucault aiuta a osservare come il potere possa agire anche attraverso pratiche ordinarie e apparentemente neutrali: osservare, registrare, classificare, valutare, stabilire scarti rispetto a una norma. Sono attività spesso necessarie nei servizi; possono però produrre effetti problematici quando una descrizione circoscritta smette di riguardare una situazione e diventa un’identità. Dire che una persona ha messo in atto un comportamento aggressivo non equivale ad etichettarla come “aggressiva”. Una volta stabilizzata, questa seconda categoria rischia infatti di orientare ciò che verrà visto e interpretato negli incontri successivi.

Lo sguardo critico sul potere non richiede di immaginare semplicisticamente l’operatore come oppressore e la persona assistita come soggetto privo di responsabilità. Invita piuttosto a riconoscere le asimmetrie presenti nella relazione e a mantenerle osservabili e discutibili. È anche in questo senso che la prospettiva antioppressiva del lavoro sociale può offrire un riferimento utile: non come nuova teoria capace di spiegare ogni situazione, ma come attenzione agli effetti che ruoli, categorie, pratiche e organizzazioni possono produrre sulle possibilità reali delle persone di essere ascoltate, partecipare e dissentire.

De-escalation: comprendere senza manipolare

La comunicazione costituisce una delle risorse fondamentali nella prevenzione dell’escalation. Autoregolazione dell’operatore, ascolto, tono della voce, modulazione della distanza, chiarezza dei limiti e possibilità concrete di scelta possono contribuire a ridurre la contrapposizione. La de-escalation, tuttavia, non coincide con la ricerca della formula verbale capace di ottenere collaborazione. Ascolto, riconoscimento del vissuto e offerta di alternative acquistano senso soltanto se ciò che la persona comunica può, quando le condizioni lo consentono, modificare realmente la comprensione della situazione. In caso contrario, anche tecniche apparentemente rispettose possono ridursi a strumenti più raffinati di persuasione.

Il modello dell’equivalenza proposto da Pat Patfoort offre su questo punto una suggestione particolarmente coerente con il tema dell’autoprotezione: difendersi non richiede necessariamente di collocare l’altro in una posizione inferiore. È possibile proteggere un confine, rifiutare una richiesta o interrompere una relazione senza umiliare l’interlocutore.

Più in generale, le prospettive nonviolente e dialogiche aiutano a distinguere fermezza e sopraffazione, a non sovrapporre automaticamente aggressività, forza e violenza e a riconoscere che nonviolenza e autoprotezione non coincidono con passività. Una protesta, un rifiuto, la difesa di un confine o un gesto di autoprotezione possono esprimere determinazione senza essere necessariamente violenti; allo stesso modo, una comunicazione apparentemente calma può diventare coercitiva quando viene utilizzata per aggirare sistematicamente il dissenso.

Cedevolezza e circolarità: non rispondere sempre sulla stessa linea

La finalità dell’autoprotezione fisica nei servizi non dovrebbe essere prevalere, inseguire o contrattaccare. Quando prevenzione e comunicazione non sono sufficienti e sussiste un pericolo concreto, il movimento può servire innanzitutto a proteggere, creare spazio, interrompere il contatto e allontanarsi, in modo proporzionato alla situazione e coerente con ruolo, procedure e normativa.

Sul piano formativo, la sperimentazione corporea può assumere anche una diversa funzione pedagogica: aiutare a riconoscere le proprie reazioni, recuperare contatto con sé stessi e ampliare la capacità di leggere la situazione e il margine di scelta disponibile. In questa prospettiva, alcuni principi provenienti dalle arti marziali possono offrire un interessante terreno di sperimentazione corporea e di osservazione delle proprie modalità di attivazione, purché non vengano trasferiti meccanicamente dalle tecniche corporee alle relazioni.

Nel judo il principio della cedevolezza richiama la possibilità di non rispondere automaticamente a una pressione contrapponendo rigidità a rigidità. Cedere non significa arrendersi né rinunciare al proprio limite. Significa modificare il proprio assetto in relazione alla direzione della forza ricevuta, cercando di conservare equilibrio e capacità di movimento.

A questo si collega l’utilizzo di traiettorie circolari e cambiamenti di angolo particolarmente valorizzati nell’aikido: anziché rimanere necessariamente sulla stessa linea della pressione, può essere possibile ruotare, deviare, arretrare o spostarsi lateralmente. Sul piano fisico questi principi possono sostenere strategie di disimpegno e creazione di spazio.

Sul piano relazionale costituiscono soprattutto un’analogia pedagogica. La sperimentazione corporea permette di osservare quanto facilmente alla pressione si risponda con ulteriore pressione e quanto possa essere difficile cambiare posizione senza vivere quel movimento come una perdita. La cedevolezza può essere pensata allora come una forma di flessibilità resistente: capacità di adattarsi senza dissolversi, mantenendo confini e possibilità di azione.

Quando il compito diventa parte dell’escalation

Allargare lo sguardo all’organizzazione significa considerare anche ciò che accade prima che il comportamento aggressivo diventi visibile.

Ho affrontato più estesamente questo problema riflettendo sul maltrattamento istituzionale, inteso come quella particolare configurazione nella quale pratiche di cura, assistenza o protezione, insieme a procedure e modalità organizzative dei servizi, possono progressivamente produrre sofferenza, trascuratezza, coercizione o compressione dell’autonomia e dei diritti delle persone, anche senza assumere le forme immediatamente riconoscibili dell’abuso e della violenza diretta. Il concetto presenta aree di sovrapposizione con quello, più ampio, di violenza istituzionale, ma consente qui di mettere specificamente a fuoco ciò che accade quando modalità relazionali, pratiche professionali ed esigenze organizzative proprie dei servizi possono finire per rendere lesivi interventi formalmente orientati alla cura o alla protezione. Il contributo, pubblicato originariamente su Persone e Diritti, è stato successivamente ripreso e adattato da Superando.it con il titolo Maltrattamento istituzionale e violazione dei diritti di persone vulnerabili.

In quella riflessione emergeva come cura e controllo possano convivere nella medesima istituzione e come paternalismo, esigenze organizzative e sostituzione della volontà possano progressivamente normalizzarsi fino a diventare difficili da riconoscere. Una convergenza particolarmente interessante emerge dalle ricerche di Luca Fazzi nelle strutture residenziali per anziani e persone con disabilità: tempi assistenziali molto ridotti e la pressione a completare comunque una prestazione possono concorrere a trasformare paura o opposizione in escalation e, successivamente, in risposte maltrattanti.

Il punto non è estendere automaticamente queste osservazioni a ogni servizio, ma riconoscere un meccanismo possibile. Talvolta l’attenzione dell’operatore si concentra sulla necessità di portare comunque a termine il compito, mentre proprio la possibilità di sospenderlo, modificarlo o rinviarlo potrebbe contribuire a ridurre la tensione. Diventa allora importante distinguere il comportamento che produce un pericolo concreto da quello che, pur disturbando tempi, routine e aspettative del servizio, non presenta necessariamente lo stesso livello di rischio. Confondere queste due dimensioni significa rischiare di far coincidere sicurezza e conformità organizzativa.

Questo spostamento consente inoltre di non scaricare interamente sul singolo operatore la responsabilità della prevenzione. Carichi di lavoro, tempi, consistenza dell’équipe, spazi, possibilità di ricevere supporto e cultura organizzativa possono ampliare oppure restringere concretamente il repertorio delle risposte disponibili. Una competenza relazionale eccellente non può compensare indefinitamente un ambiente insicuro o un’organizzazione che non prevede alternative.

Proteggere non significa automaticamente rispettare i diritti

Una prospettiva basata sui diritti introduce un ulteriore spostamento: la persona che utilizza un servizio non è soltanto destinataria di assistenza o protezione, ma titolare di diritti.

L’Human Rights-Based Approach distingue i rights-holders dai duty-bearers: alle persone deve essere riconosciuta e sostenuta la possibilità di conoscere, esercitare e rivendicare i propri diritti; parallelamente, gli Stati — principali duty-bearers — e, nei rispettivi ambiti di responsabilità, istituzioni, servizi e professionisti sono chiamati a rispettarli, proteggerli e renderli concretamente esercitabili. Si tratta di un’impostazione sviluppata nel più ampio ambito dei diritti umani e applicata anche alla cooperazione internazionale e alla salute; in quest’ultimo ambito è stata ulteriormente sviluppata e promossa dall’OMS, ed è in questo senso che viene utilizzata qui.

Nelle situazioni critiche ciò significa tenere insieme sicurezza, dignità, partecipazione, libertà di scelta e responsabilità professionale. I materiali WHO QualityRights hanno sviluppato in particolare il rapporto fra diritti, coercizione, decisione supportata, pianificazione anticipata e trasformazione dei servizi. Anche le più recenti indicazioni italiane sul superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale collegano, nel loro specifico ambito di applicazione, la prevenzione non soltanto alle abilità individuali, ma alla relazione di cura, all’organizzazione, agli ambienti, alla formazione e al coinvolgimento della persona.

Anche la protezione e le pratiche che vengono definite come protettive devono essere sottoposte a verifica considerando il rischio concreto cui si intende rispondere, la necessità e proporzionalità della misura, la sua durata, gli effetti prodotti, le alternative disponibili e le possibilità effettive della persona di comprendere e partecipare alla decisione. La storia delle istituzioni di cura mostra infatti come intenzioni assistenziali e protettive possano convivere con pratiche di sostituzione, controllo e limitazione della libertà. È uno dei punti nei quali la lezione basagliana conserva particolare attualità.

Anche la formazione deve interrogare il proprio potere

Tenendo conto di queste considerazioni relative alle pratiche professionali, una proposta formativa coerente con questa prospettiva non dovrebbe limitarsi a trasmettere risposte già confezionate. Dovrebbe costruire situazioni nelle quali i partecipanti possano sperimentare, osservare ciò che accade, interrompere l’azione, formulare ipotesi e modificarle attraverso la riflessione sull’esperienza, entro una cornice pedagogica esplicita orientata alla dignità, all’autodeterminazione e ai diritti umani.

In questo senso la pedagogia problematizzante di Paulo Freire offre un riferimento particolarmente significativo: il partecipante porta la propria esperienza e contribuisce alla costruzione della conoscenza; non è il destinatario passivo di un sapere che il formatore deposita.

Schede, procedure e checklist possono sostenere questo processo, purché rimangano strumenti e non diventino sostituti del giudizio. Il valore di una formazione sta nell’ampliamento della possibilità di osservare, comprendere e scegliere in situazioni necessariamente variabili, non nella capacità di riprodurre una risposta prestabilita. La formazione dovrebbe quindi sostenere una capacità sufficientemente solida e riflessiva da attraversare l’incertezza senza rimanerne paralizzati, più che promettere certezza davanti all’imprevedibilità.

Da un’esperienza formativa a un lavoro più ampio

Il percorso qui descritto è ancora aperto: la lunga esperienza di Presenti e sicuri e degli altri percorsi formativi condotti ha permesso di accumulare osservazioni, riscontri e pratiche progressivamente rielaborate. Ma la continuità di una proposta e il gradimento di chi vi partecipa non dimostrano, da soli, la sua efficacia. Uno sviluppo importante dovrà quindi riguardare anche la valutazione, cercando di osservare non soltanto ciò che i partecipanti dichiarano di aver appreso al termine di un corso, ma anche la persistenza degli apprendimenti nel tempo, il loro trasferimento nelle situazioni reali e gli eventuali cambiamenti prodotti nelle pratiche e nell’organizzazione.

Parallelamente, le riflessioni qui presentate stanno confluendo in un lavoro più ampio dedicato a corpo, presenza, relazione e autoprotezione nella gestione dell’aggressività. L’obiettivo non è produrre un manuale di tecniche fisiche né un repertorio di formule di de-escalation, ma costruire progressivamente una proposta pedagogico-operativa nella quale esperienza corporea, comunicazione, autoprotezione, analisi degli episodi, organizzazione, potere professionale e diritti possano essere tenuti insieme.

La difficoltà, e forse anche la sfida più interessante, consiste nel rendere trasmissibile il “come” delle pratiche senza irrigidirlo in una nuova procedura. Una tecnica deve poter essere insegnata senza diventare una risposta automatica, un principio deve orientare senza pretendere di prevedere ogni situazione e uno strumento di osservazione deve aiutare a leggere la realtà senza sostituirsi ad essa. È un lavoro che richiederà ancora confronto, sperimentazione, valutazione e revisione.

Cambiare lato dello sguardo

Esiste infine un’altra direzione che considero sempre più importante.

Finora ho ragionato prevalentemente dalla posizione di chi lavora nei servizi: riconoscere una situazione critica, regolare la propria attivazione, comunicare, proteggersi e chiedere aiuto. Ma la possibilità di riconoscere un pericolo, comunicare un limite e proteggersi riguarda anche le persone che utilizzano, abitano o dipendono dai servizi.

Cambiare lato dello sguardo significa allora non interrogarsi più soltanto su come l’operatore possa affrontare un comportamento aggressivo, ma sulle condizioni che permettono alla persona assistita di riconoscere una violenza, esprimere un rifiuto, proteggere i propri confini, chiedere aiuto e rivendicare i propri diritti. La questione diventa particolarmente delicata nelle relazioni fortemente asimmetriche, perché una reazione di autoprotezione può essere interpretata proprio come aggressività da chi dispone di maggiore potere nel definire la situazione.

Non credo sia sufficiente prendere la formazione destinata agli operatori e rivolgerla semplicemente alle persone che utilizzano i servizi. Occorre costruire un percorso distinto, nel quale autoprotezione significhi anche autodeterminazione, comunicazione accessibile, consapevolezza dei diritti, capacità di individuare persone di fiducia e possibilità concreta di accedere a forme di tutela.

È il tema di un lavoro parallelo, Cambiare lato dello sguardo, che sto sviluppando specificamente in relazione alle persone con disabilità, comprese quelle istituzionalizzate o esposte a condizioni di forte dipendenza assistenziale. Anche questo percorso, se vuole essere coerente con le proprie premesse, non potrà essere costruito soltanto “per” le persone direttamente interessate, ma dovrà essere discusso e modificato con loro, coinvolgendo persone con esperienza vissuta, gruppi di autorappresentanza e organismi di tutela.

Conclusioni: essere presenti e sicuri

La riflessione iniziata dalla difesa personale ritorna così al corpo dopo aver attraversato territori più ampi. Respirazione, appoggi, assetto, distanza e movimento continuano ad avere un valore, ma non come tecniche separate dal resto. Possono diventare occasioni per interrogare come percepiamo una situazione, come reagiamo alla pressione, quanto rapidamente trasformiamo un’interpretazione in certezza, come utilizziamo il nostro ruolo e quante possibilità di scelta restano disponibili a noi e all’altra persona.

L’autoprotezione non coincide allora con l’arte di prevalere. Può essere pensata come una pedagogia della presenza e della possibilità di scelta: riconoscere la propria vulnerabilità senza vergognarsene, mantenere confini senza irrigidirli, proteggersi senza trasformare automaticamente l’altro in un nemico, comunicare senza ridurre l’ascolto a una tecnica di persuasione, chiedere aiuto senza viverlo come una sconfitta.

Ma non possiamo chiedere al corpo e alla competenza del singolo operatore di compensare indefinitamente ciò che i contesti e le organizzazioni non garantiscono. La sicurezza si costruisce anche attraverso condizioni strutturali — maggiore giustizia sociale, ambienti e organizzazioni di qualità, risorse sufficienti, garanzia dei diritti — e attraverso condizioni quotidiane del lavoro: la possibilità di interrompere una situazione, équipe disponibili, supervisione, procedure realistiche, cultura professionale.

Per questo il principale cambiamento maturato rispetto alla precedente riflessione consiste forse nel non considerare più la gestione dell’aggressività prevalentemente come una competenza attraverso cui un operatore impara a gestire il comportamento dell’altro. È piuttosto un processo di apprendimento personale, relazionale e organizzativo, nel quale anche la tecnica deve poter essere interrogata rispetto ai rapporti di potere nei quali si inserisce, agli effetti che può produrre e alle possibilità che apre o chiude.

Essere presenti e sicuri non significa eliminare la vulnerabilità. Significa conoscerla meglio, riconoscere anche quella dell’altro e costruire, individualmente e collettivamente, condizioni nelle quali sia possibile affrontare conflitto e pericolo senza perdere, insieme alla sicurezza, la relazione, la dignità, i diritti e la possibilità di scegliere.

Dott. Domenico Massano
Pedagogista e Insegnante tecnico di Difesa Personale MGA – FIJLKAM/CONI


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Contributi e materiali collegati al percorso

Massano D., “Maltrattamento istituzionale e violazione dei diritti di persone vulnerabili”, Superando.it, 17 aprile 2025, ripresa e adattamento di un contributo precedentemente pubblicato su Persone e Diritti.

Massano D., “Introduzione alla difesa personale come strumento di presenza e autoconsapevolezza, in una prospettiva pedagogica”, Persone e Diritti, 12 luglio 2025.

Università della Strada – Gruppo Abele, Presenti e sicuri. La gestione dell’aggressività nel lavoro sociale, pagina di presentazione del percorso formativo, consultata nel 2026.

Il presente articolo è stato pubblicato anche su https://personeediritti.altervista.org/ 





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