Ho considerato questa iniziativa importante non soltanto perché ha offerto a rappresentanti della società civile la possibilità di entrare in carcere, ma soprattutto per il suo significato pubblico e civile. L’apertura degli istituti ha, infatti, permesso di conoscere direttamente luoghi, persone, attività e difficoltà che troppo spesso rimangono ai margini dell’attenzione pubblica. La presenza della società civile non ha rappresentato, quindi, un semplice gesto simbolico, ma un’occasione concreta di conoscenza, partecipazione e confronto.
L’Alleanza per l’articolo 27 nasce per richiamare l’attenzione sui principi costituzionali di umanità, dignità e finalità rieducativa della pena. Una prospettiva che non si esaurisce all’interno degli Istituti ma richiede relazioni, opportunità e collegamenti tra gli istituti penitenziari e il territorio, perché i percorsi educativi, lavorativi, sanitari e relazionali costruiti durante la detenzione riguardano anche la sicurezza, la coesione sociale e il futuro delle nostre comunità.
Nella mia funzione di Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, ho accompagnato la delegazione astigiana composta da dodici rappresentanti della società civile e delle istituzioni locali: Michele Miravalle e Carlo Mustaro per Antigone, Lorenzo Camoletto per il CNCA, Giuseppe Passarino per l’Associazione Effatà, Francesco Marzo per il CSVAA, Davide Gioda e Luca Di Giandomenico per Confcooperative-Federsolidarietà, Seck Mamadou per la CGIL, Mauro Ferro per le ACLI, Claudia Rozzo e Vittoria Briccarello per l’ARCI e il consigliere comunale Valter Saracco.
Ho cercato di favorire la costruzione del gruppo e i contatti necessari affinché la visita potesse rappresentare un momento autentico di conoscenza e di confronto. Insieme abbiamo attraversato alcuni spazi della Casa di reclusione, tra cui l’area verde destinata ai colloqui con i familiari, le sezioni detentive, l’area sanitaria e gli ambienti dedicati alle attività trattamentali. Abbiamo potuto gustare l’ottimo caffè che una persona detenuta ci aveva preparato e parlare per un momento insieme a lui. Abbiamo inoltre avuto modo di confrontarci con la Direzione, con il personale e con le diverse realtà che operano all’interno dell’istituto. Al termine della visita, i componenti della delegazione hanno condiviso le proprie osservazioni. È stata richiamata l’attenzione su alcune criticità, legate in particolare al sovraffollamento, alla carenza di personale della Polizia penitenziaria e dell’area educativa, all’insufficienza delle risorse destinate alla sanità, alle problematiche strutturali, alla scarsità degli spazi per le attività collettive e lavorative e alle difficoltà burocratiche che rallentano la realizzazione dei percorsi trattamentali e di reinserimento.
Accanto a questi elementi, i partecipanti hanno riconosciuto la disponibilità e l’impegno del personale e hanno valorizzato le esperienze positive rese possibili dalla collaborazione tra l’istituto, il volontariato e la cooperazione sociale. Dal confronto è nata soprattutto una considerazione condivisa: occorre rafforzare e rendere più stabile il rapporto tra il carcere e il territorio. L’apertura alla società civile non dovrebbe restare un episodio isolato, ma diventare parte di un dialogo continuativo tra amministrazione penitenziaria, istituzioni locali, servizi sanitari, associazioni, volontariato, cooperazione sociale e comunità cittadina. Solo attraverso questo lavoro comune è possibile trasformare le criticità osservate in obiettivi concreti e costruire opportunità reali di responsabilizzazione e reinserimento.
Personalmente credo che il valore di questa iniziativa sia stato soprattutto nell’aprire una porta tra il dentro e il fuori. Un ponte che aiuti a ricordare che il carcere è parte della città. Non è un luogo estraneo, separato dalla comunità.
Le persone che vi sono detenute fanno parte della nostra comunità. Stanno scontando una pena attraverso la privazione della libertà, ma non possono essere identificate esclusivamente con il reato commesso. Restano persone, titolari di dignità, diritti, responsabilità e possibilità di cambiamento. Allo stesso modo, le persone che ogni giorno entrano nell’istituto e vi lavorano svolgono un servizio complesso e delicato, chiamato a tenere insieme le esigenze di sicurezza con la finalità rieducativa della pena, nel rispetto della legalità costituzionale e della dignità di ogni persona.
Per questo occorre guardare. Occorre mantenere aperto lo sguardo e non dimenticare. Dimenticare il carcere significa lasciare che diventi ancora più chiuso, più distante e più difficile da comprendere. Guardarlo, invece, significa assumerci collettivamente la responsabilità di lavorare affinché la legalità costituzionale della pena trovi concreta attuazione.
L’articolo 27 della Costituzione ci ricorda che la pena deve tendere alla rieducazione e non può comportare la perdita della dignità, dei diritti fondamentali e della speranza. Vedere significa alimentare questa consapevolezza. Significa contrastare la progressiva, e particolarmente preoccupante, chiusura del carcere nei confronti della società esterna. Vedere significa anche formarsi un’opinione fondata sulla realtà: conoscere il carcere per quello che è, senza abbandonarsi ai pregiudizi, alle narrazioni stereotipate e ai luoghi comuni.
Perché soltanto ciò che conosciamo può interrogarci. E soltanto ciò che continuiamo a guardare può diventare oggetto di responsabilità, cura e cambiamento.
Domenico Massano, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Asti
Il presente articolo è stato pubblicato anche su https://personeediritti.altervista.org/

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