Dopo la morte di Fakir: quale cultura della sicurezza? Contenzione, fragilità, cura, diritti e la lezione dimenticata di Basaglia.
Nel video diffuso in questi giorni lo vediamo in uno stato di agitazione, immobilizzato a terra in posizione prona, mentre due agenti esercitano pressione sul suo corpo e una terza persona, non in divisa, collabora al contenimento. Lo sentiamo chiedere aiuto. Poi il suo corpo diventa immobile. Amnesty International ha richiamato l’attenzione anche sul comportamento degli operatori sanitari presenti, che sembrano non intervenire durante l’immobilizzazione e si avvicinano con circospezione persino quando Fakir appare esanime.
Sono immagini agghiaccianti, sulle quali la magistratura dovrà fare piena luce.
Saranno le indagini a ricostruire con esattezza quanto accaduto e ad accertare le eventuali responsabilità individuali, con rigore, senza generalizzazioni o processi sommari e nel rispetto delle garanzie dovute a tutti. Ma l’accertamento penale non esaurisce la questione.
Accanto alle eventuali responsabilità personali esiste una responsabilità pubblica e istituzionale: predisporre procedure adeguate, definire una chiara cornice valoriale fondata sui diritti, formare gli operatori a tradurla in comportamenti concreti, coordinare efficacemente le funzioni di sicurezza e di cura, vigilare sul rispetto delle regole e prevenire i rischi evitabili.
Quando una persona muore mentre si trova sotto la responsabilità dello Stato, si è già consumata una sconfitta istituzionale: l’intervento pubblico non è riuscito a raggiungere il suo primo e fondamentale obiettivo, proteggere la vita della persona sulla quale si stava intervenendo.
È una questione che ritorna, pur nella diversità delle singole vicende e dei loro esiti giudiziari, nelle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini e Andrea Soldi.
Sono vicende maturate in situazioni e per finalità differenti — di sicurezza, ordine pubblico, custodia o cura — ma accomunate da un medesimo rischio: che l’esercizio del controllo, della protezione o della cura oltrepassi un confine sottile e la persona venga ridotta a un corpo da immobilizzare, contenere o semplicemente gestire.
È un rischio presente tanto negli interventi di polizia quanto in quelli sanitari e assistenziali, e ancora più grave quando la limitazione della libertà, la dipendenza dagli operatori e la vulnerabilità rendono più intenso il dovere pubblico di protezione.
Le stesse domande, da molti anni
Guardando le immagini di Bologna è impossibile non pensare a Federico Aldrovandi, morto a Ferrara nel 2005, a soli diciotto anni. Si trovava in uno stato di forte agitazione e difficoltà, ma l’intervento di polizia degenerò in una violenta colluttazione, seguita dall’immobilizzazione a terra in posizione prona e dall’ammanettamento. Per la sua morte quattro agenti sono stati condannati in via definitiva.
Ed è impossibile non pensare a Riccardo Magherini. Nel 2014, a Firenze, anche lui si trovava in uno stato di forte alterazione. Anche lui chiedeva aiuto. Fu immobilizzato a pancia in giù per un tempo prolungato e gridò: “Sto morendo”. Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia, riconoscendo la responsabilità dello Stato rispetto alla sua morte e sottolineando i pericoli connessi al mantenimento prolungato in posizione prona.
Ma il collegamento più significativo è forse quello con Andrea Soldi.
Andrea aveva quarantacinque anni e soffriva di schizofrenia. Il 5 agosto 2015 era seduto sulla panchina di piazza Umbria, a Torino, dove cercava tranquillità quando i pensieri diventavano troppo pesanti. Doveva essere sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. Aveva bisogno di cura, competenza, pazienza e ascolto.
Ricevette invece forza e contenimento.
Fu immobilizzato, ammanettato e sottoposto a una presa al collo fino a perdere conoscenza. Venne poi collocato sulla barella a pancia in giù, ancora ammanettato, senza che le sue condizioni respiratorie fossero adeguatamente riconosciute. Morì poco dopo. Le condanne per omicidio colposo dello psichiatra e dei tre agenti della polizia municipale sono divenute definitive.
Andrea Soldi mostra con particolare chiarezza cosa può accadere quando una persona in difficoltà cessa di essere considerata un soggetto di diritti e diventa un corpo da controllare. La sua morte non può essere letta soltanto come il risultato di una manovra sbagliata. Interroga il modo in cui una crisi psichica viene interpretata: come una condizione della quale prendersi cura oppure come una resistenza da vincere.
Tecniche, formazione e cornice valoriale
La morte di Fakir assume un significato ancora più inquietante se letta alla luce delle recenti Linee guida per la gestione delle persone non collaborative, elaborate all’interno del Dipartimento della pubblica sicurezza e trasmesse nel maggio 2026.
Le linee guida si collocano, pur nella diversità dei contesti, nella direzione indicata dagli organismi internazionali. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura raccomanda che, davanti a una persona agitata o violenta, i primi tentativi siano per quanto possibile non fisici e che il ricorso alla forza sia rigorosamente regolato e limitato. L’Organizzazione mondiale della sanità promuove servizi fondati sui diritti, sulla de-escalation e sul progressivo superamento delle pratiche coercitive.
Su alcuni aspetti, le indicazioni operative sono chiare. Le linee guida affermano che “non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace”, a causa dei rischi cardiaci e respiratori. Una volta messa in sicurezza, la persona deve essere collocata, quando necessario, in posizione laterale, in attesa dell’intervento sanitario.
Il documento precisa inoltre che, al di fuori della commissione di reati o di gravi e attuali pericoli per l’incolumità, deve essere evitato il contenimento finalizzato all’effettuazione di trattamenti sanitari, che competono al personale sanitario. Ogni eventuale contenimento deve comunque essere limitato al tempo strettamente indispensabile.
Non siamo dunque di fronte a rischi imprevedibili o sconosciuti. Il problema è fare in modo che indicazioni già note si traducano effettivamente nelle procedure, nella formazione e nei comportamenti degli operatori.
Tuttavia, per quanto necessario, un protocollo non è sufficiente. Un operatore può conoscere la procedura e non riconoscere nell’altro una persona in difficoltà e titolare di diritti. Può sapere che una determinata posizione deve essere mantenuta soltanto per un tempo limitato, ma non cogliere l’urgenza di una richiesta di aiuto. Può essere addestrato all’impiego degli strumenti senza saper distinguere una minaccia da una manifestazione di paura, sofferenza o disorientamento.
La formazione deve certamente comprendere le tecniche operative: modalità di avvicinamento, gestione delle distanze, comunicazione, de-escalation, scelta, quando necessaria, della tecnica di controllo meno rischiosa, monitoraggio costante della respirazione e riconoscimento immediato della perdita di coscienza.
Deve però inserirsi in una chiara cornice valoriale: ogni persona conserva la propria dignità e i propri diritti anche quando è agitata, confusa, aggressiva, intossicata, malata o incapace, in quel momento, di collaborare.
La sicurezza non consiste soltanto nel gestire un comportamento valutato come pericoloso, ma nel proteggere tutte le persone coinvolte, compresa quella destinataria dell’intervento. Anche per questo la formazione dovrebbe essere comune e interdisciplinare. Dovrebbe coinvolgere insieme forze di polizia, soccorritori e personale sanitario, chiarendo ruoli, responsabilità e modalità di coordinamento nelle situazioni critiche. Non può limitarsi a insegnare come contenere un corpo: deve insegnare a riconoscere la persona, a leggere la situazione e a esercitare il potere senza perderne di vista i limiti.
Quando la forza diventa cultura
La morte di Fakir ci impone allora di interrogarci su questioni più generali: sul modo in cui le istituzioni, i servizi e la società guardano alle persone in crisi e sul confine, spesso sottile, tra protezione, controllo e dominio.
Limitare questa riflessione alla condotta delle forze di polizia sarebbe insufficiente e, in parte, fuorviante. La morte di Fakir interroga certamente le tecniche operative, la formazione e la cultura professionale degli agenti. Ma nelle immagini risultano presenti anche operatori sanitari. Andrea Soldi morì durante l’esecuzione di un trattamento sanitario obbligatorio, con il coinvolgimento di uno psichiatra. Riccardo Magherini morì mentre erano in corso sia un fermo sia un intervento di soccorso.
Il problema riguarda quindi chiunque eserciti una funzione di potere sulla persona: un potere attribuito per garantire la sicurezza, prestare soccorso, curare, custodire, assistere o educare.
In alcune situazioni è necessario assumere decisioni, porre limiti o impedire un comportamento che esponga qualcuno a un pericolo immediato. Ma proprio perché il suo esercizio può essere necessario, questo potere deve essere riconosciuto, regolato, sottoposto a limiti e costantemente interrogato.
La divisa non rende automaticamente violenti, così come il camice non rende automaticamente capaci di cura. Entrambi possono rappresentare una funzione di protezione; entrambi possono però diventare, quando manca una cornice fondata sui diritti, strumenti di oppressione.
A fare la differenza non sono soltanto le procedure o le intenzioni dichiarate, ma anche la cultura professionale e istituzionale che orienta lo sguardo e i comportamenti di chi interviene. Se non è saldamente ancorata a una cornice valoriale fondata sui diritti, può trasformare la fragilità in pericolosità, la confusione in disobbedienza e la sofferenza in un problema di ordine pubblico, fino a perdere di vista la persona e a ridurla a un corpo da controllare.
Questo rischio non riguarda esclusivamente le forze dell’ordine. Attraversa la psichiatria, la sanità, i servizi sociali, le strutture assistenziali, le carceri e lo stesso linguaggio comune. Si manifesta quando l’autorevolezza viene associata alla durezza e l’ascolto, la pazienza e la ricerca del consenso vengono considerati segni di debolezza.
Da questo punto di vista meritano attenzione alcuni passaggi del noto libro dello psichiatra Paolo Milone, L’arte di legare le persone. Si tratta di un’opera letteraria, costruita attraverso frammenti, immagini, contraddizioni ed esperienze maturate in quarant’anni di lavoro psichiatrico. Sarebbe scorretto ridurla a poche frasi o trasformarne l’autore nel bersaglio di una polemica personale. Tuttavia, alcune espressioni meritano di essere discusse.
Descrivendo il momento che precede una contenzione, Milone scrive: “Ora tocca a noi fare il gorilla e battere i pugni sul petto. Mostriamo al paziente la nostra forza: quanti siamo, quanto siamo uniti, giovani e forti”.
La forza, prima ancora di essere materialmente utilizzata, viene così rappresentata e messa in scena.
Milone scrive anche:
“Un infermiere, se ha fama di essere forte e cattivo, fatica la metà a tenere i pazienti tranquilli”.
E, riferendosi ai reparti a contenzione zero:
“Io sono della vecchia scuola, non sopporto i tentativi di convincimento infiniti, li trovo più folli e violenti di una rapida, virile e chiara contenzione”.
Queste parole non sono significative soltanto per ciò che dicono della contenzione. Sono rivelatrici dell’immaginario che può accompagnarla.
La forza e la cattiveria vengono presentate come strumenti capaci di prevenire il conflitto attraverso la reputazione e la paura. Ma la tranquillità prodotta dalla paura non è cura: è sottomissione. Può rendere più ordinato un reparto e meno faticoso il lavoro degli operatori, ma non rende più sicura la persona e non costruisce una relazione terapeutica.
Ancora più problematica è la contrapposizione tra l’opera di convincimento e una contenzione definita “rapida, virile e chiara”. La parola “virile” associa la capacità professionale a un’idea maschile, muscolare e autoritaria del potere: chi è deciso agisce sul corpo, mentre chi dedica tempo alla parola sarebbe esitante, inefficace o incapace di assumere decisioni.
Si produce così un capovolgimento particolarmente insidioso. La contenzione viene descritta come chiara, rapida e ordinatrice; il tempo dedicato alla relazione e alla ricerca del consenso viene invece rappresentato come una forma di accanimento. La coercizione appare razionale; la parola, paradossalmente, folle.
È questo capovolgimento che deve preoccuparci.
Dialogare non significa logorare una persona attraverso tentativi interminabili di convincimento, né lasciare gli operatori senza strumenti davanti a un pericolo immediato. De-escalation non significa passività. Significa cercare un contatto, riconoscere la paura e il disorientamento, modificare l’ambiente quando è possibile, ridurre gli stimoli, coinvolgere persone conosciute, offrire alternative e scegliere la modalità meno invasiva e meno pericolosa.
Possono certamente esistere situazioni nelle quali sia necessario impedire nell’immediatezza che una persona faccia del male a sé stessa o agli altri. Anche in quei momenti, però, la forza non può diventare una scorciatoia organizzativa, una dimostrazione di autorità o una risposta automatica alla mancata obbedienza. Deve restare l’ultima risorsa, essere proporzionata, durare il minor tempo possibile ed essere accompagnata da un controllo costante delle condizioni della persona.
La vera alternativa, dunque, non è tra ingenuità e durezza, né tra parole infinite e immobilizzazione immediata. È tra una cultura del dominio e una cultura della responsabilità.
Una cultura professionale fondata sui diritti non abbandona gli operatori davanti alle situazioni difficili. Al contrario, offre personale sufficiente, formazione, protocolli, supervisione, competenze relazionali, interventi organizzativi e strumenti per riconoscere precocemente una crisi. Non chiede all’operatore di essere “forte e cattivo”, ma di essere preparato, presente e responsabile.
Il controcanto di Basaglia
È su questo terreno che le parole di Milone possono essere messe in dialogo con il pensiero e con la pratica di Franco Basaglia.
Basaglia non negava l’esistenza della sofferenza mentale, delle crisi, dei conflitti o dei comportamenti che possono esporre la persona e chi le sta intorno a un pericolo. Non idealizzava il malato e non immaginava una cura priva di difficoltà. La sua lezione consisteva piuttosto nel rifiuto di identificare la persona con la diagnosi, con la pericolosità attribuita o con il problema che poneva all’istituzione.
Anche nel momento della crisi, il malato continuava a essere una persona. La sua voce, i suoi desideri e i suoi diritti non cessavano di esistere perché il suo comportamento risultava incomprensibile, disturbante o difficile da gestire.
In Crimini di pace Franco Basaglia indicava come finalità prima di ogni azione “l’uomo”, i suoi bisogni e la sua vita, ricordando che il valore della persona, sana o malata, viene prima del valore attribuito alla salute o alla malattia. La cura, in questa prospettiva, non consiste nel riportare l’altro alla norma a qualsiasi costo, ma nel costruire le condizioni perché possa continuare a essere riconosciuto come soggetto, anche nella dipendenza, nella malattia e nella crisi.
Da qui discende un secondo rifiuto, altrettanto centrale: quello di considerare neutri il sapere, il ruolo e le tecniche di chi interviene. Ne deriva la necessità di interrogare continuamente il potere presente nella cura: chi decide, in base a quale sapere, con quali mezzi, per quale finalità e con quali conseguenze sulla persona.
Anche una pratica formalmente sanitaria può diventare violenta quando cancella la soggettività della persona, la priva della parola e trasforma la cura in controllo. Anche la sicurezza può smarrire la propria finalità quando ottiene l’ordine attraverso l’annullamento dell’altro.
Il controcanto basagliano alla contenzione “virile e chiara” potrebbe allora essere formulato così: la vera chiarezza non consiste nella dimostrazione immediata di chi comanda, ma nel riconoscimento del limite del proprio potere. La competenza non coincide con la capacità di immobilizzare rapidamente un corpo, ma con quella di sostenere una situazione difficile senza perdere di vista la persona.
La forza dell’operatore risiede allora nella capacità di restare presente, reggere l’incertezza, riconoscere la propria posizione di potere e limitarla, proteggere senza umiliare e assumere decisioni senza cancellare la voce e la dignità dell’altro.
Questa lezione non riguarda soltanto la psichiatria. Interroga ogni istituzione che eserciti un potere sul corpo e sulla libertà delle persone. Ci ricorda che la qualità della cura e della sicurezza non si misura semplicemente dalla rapidità con cui viene ristabilito l’ordine, ma dalla capacità di farlo senza sacrificare la vita, la dignità, la voce e i diritti della persona.
Quanto accaduto ad Andrea Soldi, Riccardo Magherini e, secondo quanto dovrà essere pienamente accertato, ad Abderrahim Fakir mostra quanto possa essere sottile il confine tra proteggere una persona e dominarne il corpo. Ci interroga sul momento in cui la persona scompare e si vede soltanto un corpo da fermare, contenere o gestire.
Una responsabilità comune
Sicurezza e diritti non sono termini opposti.
Un intervento è davvero sicuro quando protegge gli operatori, le persone presenti e la persona sulla quale si interviene. Non è sicuro un intervento che ottiene l’immobilità compromettendo la respirazione. Non è cura un trattamento che neutralizza il comportamento ma non garantisce i diritti e non protegge la vita della persona. Non è autorevolezza quella che ha bisogno della paura, della durezza o della cattiveria per ottenere obbedienza.
Questa riflessione non riguarda soltanto le forze dell’ordine. Coinvolge il personale sanitario, assistenziale ed educativo, le istituzioni pubbliche, le realtà del privato sociale, le organizzazioni professionali, la politica e l’intera società. Interessa chiunque, per ragioni di sicurezza, cura, assistenza o protezione, eserciti un potere sul corpo, sulle scelte e sulla libertà di un’altra persona.
Impone, in particolare, di interrogare gli orientamenti culturali e professionali che rischiano di trasformare il potere attribuito per proteggere o curare in uno strumento di controllo e di assoggettamento. Metterli in discussione non significa alimentare contrapposizioni, ma porre le basi per un reale cambiamento.
In questo senso sono particolarmente significative le parole di Yossra Fakir, nipote di Abderrahim: «Non siamo qui per chiedere odio, non siamo qui per chiedere vendetta. Siamo qui per chiedere verità, giustizia, rispetto e umanità».
È una richiesta che esige l’accertamento delle eventuali responsabilità individuali e, insieme, chiama le istituzioni a comprendere che cosa non abbia funzionato e ad adottare le misure necessarie affinché una morte simile non possa ripetersi.
Verità e giustizia non significano soltanto individuare chi ha sbagliato, ma anche imparare dagli errori e avere il coraggio di cambiare procedure, formazione e culture professionali.
La sicurezza esiste realmente soltanto quando protegge tutti, anche chi è fragile, confuso, malato, privato della libertà o affidato alla cura e alla responsabilità di altri.
Domenico Massano
Il presente articolo è stato pubblicato anche su https://personeediritti.altervista.org/

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