I CPR – Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono strutture di detenzione amministrativa, destinate cioè a persone che non hanno commesso un reato penale, in cui sono rinchiusi cittadini stranieri sprovvisti di documenti di soggiorno validi, in attesa che venga eseguito un provvedimento di espulsione. I CPR sono veri e propri “buchi neri” del diritto (oltre ai numerosi rapporti e campagne che lo denunciano, si veda la sentenza n.96/2025 della Corte Costituzionale), dove le condizioni di vita delle persone trattenute sono ai limiti della disumanità. Tuttavia i CPR sono fonte di grande profitto per le società private che li gestiscono.
Recentemente è stata data la notizia dell’aumento della capienza del CPR di Torino da 70 a 180 posti, che ha suscitato molte reazioni indignate che, però, non hanno toccato, se non marginalmente chi la gestisce, un tassello centrale ed interessato di questo ampliamento di cui seguirà anche i lavori, ossia una realtà privata del terzo settore, una cooperativa sociale, che negli anni scorsi ha vinto l’appalto di 8,4 milioni di euro per la struttura torinese (così come succede con altre cooperative sociali in diversi luoghi in Italia secondo il dettagliato rapporto “Trattenuti” di ActionAid). Non bisogna poi dimenticare che oltre agli attuali gestori, negli anni molte altre cooperative sociali, in forma singola o consortile, se non sono riuscite a gestire hanno comunque accarezzato l’idea di farlo partecipando ai diversi bandi pubblicati. Una questione, quindi, che interessa e riguarda il mondo del Terzo Settore ed in particolare la Cooperazione sociale, le singole Cooperative ed i vari organismi di rappresentanza che, salvo qualche rarissimo caso, non sembrano aver mai preso una posizione di condanna o riprovazione di queste gestioni che, di fatto, pare siano considerate compatibili con l’appartenenza al Terzo Settore e con il modello cooperativo.
È quindi opportuno cercare di fare emergere alcune delle contraddizioni che questa gestione svela, a partire proprio da quelle che dovrebbero essere le finalità e la ragion d’essere degli enti del Terzo Settore e delle Cooperative Sociali in particolare.
La legge di riforma del Terzo Settore, L.106/2016 secondo l’allora Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Luigi Bobba, ha inteso valorizzarne il ruolo nei suoi tre elementi costitutivi: la finalità non lucrativa, gli scopi di utilità generale e un impatto sociale attento alla valorizzazione delle persone e alla promozione dei territori e delle comunità. All’articolo 1 della normativa se ne dà la seguente definizione: “Per terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale […]”. Tale definizione, è preceduta da quella che è da intendersi come finalità della normativa stessa: “sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, ad elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona”.
Nell’ambito di questa cornice e con queste finalità, poi, la normativa di riferimento che disciplina un gruppo di Enti del Terzo settore, ossia le Cooperative sociali (L. 381/1981), è molto chiara nel porre come loro finalità la promozione umana e l’integrazione sociale delle persone. In particolare le cooperative sociali di tipo “A” non hanno come ragion d’essere e finalità pura e semplice la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi, bensì la promozione umana e l’inclusione sociale attraverso quei servizi socio-sanitari ed educativi che a questa stessa finalità siano utili e correlati.
Facendo riferimento a questa normativa, quando spesso si richiama e sbandiera il valore e la centralità della dimensione etica nella Cooperazione Sociale si riporta il fatto che sia stata la prima forma di impresa che per legge opera nell’interesse non solo dei suoi proprietari (dei soci), ma più in generale della comunità ed in particolare dei soggetti più vulnerabili, perseguendo non solo l’interesse dei soci (mutualità intesa come forma di solidarietà chiusa) ma anche, se non soprattutto, quello di terzi in condizioni di bisogno (solidarietà aperta).
Orbene se noi guardiamo come è stata accolta la notizia dell’ampliamento del CPR di Torino dall’Assessore al Welfare “È un luogo sbagliato: vengono rinchiuse persone che non hanno commesso reati, spesso ben integrate nel tessuto torinese, costrette a vivere in condizioni fatiscenti e a trascorrere le giornate senza sapere cosa fare”, e dalla Garante comunale dei detenuti che, nella sua relazione di monitoraggio annuale, lo definisce “un lager”, una struttura “che rappresenta un fallimento sul piano dei diritti umani”, sembra si debba parlare di strutture finalizzate alla dis-integrazione sociale e all’annichilimento umano, piuttosto che all’integrazione sociale ed alla promozione umana, ed in cui difficilmente si può ravvisare un barlume del principio di solidarietà. Non pare, quindi, possano esserci collegamenti con il dettato normativo né di quello relativo al terzo settore, né tantomeno di quello della cooperazione sociale.
Per argomentare ulteriormente la questione si può fare riferimento ad uno studio autorevole su queste strutture, utile ad evitare manipolazioni attraverso equilibrismi etico/morali per cercare di giustificarne la gestione, ossia il Rapporto 2026 “CPR d’Italia, Istituzioni totali”, del Tavolo Asilo Immigrazione (composto da 41 organizzazioni tra cui Amnesty International, ACLI, ARCI, Caritas, Emergency, Medici senza frontiere, …), realizzato sulla base di oltre vent’anni di inchieste, denunce e monitoraggi indipendenti (tra cui il rapporto 2024 del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti). Nel Rapporto si afferma chiaramente che i CPR “non rappresentano una distorsione accidentale del sistema, né il frutto di singole cattive gestioni, ma un’aberrazione strutturale: un costoso dispositivo di privazione della libertà che viola sistematicamente i diritti fondamentali, fallisce rispetto agli obiettivi dichiarati di rimpatrio sperperando risorse pubbliche e produce sofferenza, degrado e morte. … la detenzione amministrativa, per come è concepita e praticata, non è riformabile né migliorabile, ma va semplicemente abolita”.
Concetto reso ancor più chiaro e manifesto attraverso la simbolica presenza itinerante di Marco Cavallo, il cavallo azzurro in cartapesta storico testimone della liberazione dai manicomi e della critica alle istituzioni totali. Per le organizzazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione, “portare Marco Cavallo davanti ai CPR ha significato affermare che la detenzione amministrativa riproduce logiche di esclusione, segregazione e annientamento della persona analoghe a quelle che hanno caratterizzato le istituzioni manicomiali prima della loro abolizione [—] I CPR non sono semplicemente luoghi in cui si concentrano fragilità preesistenti, ma dispositivi patogeni, istituzioni totali che aggravano e spesso generano il disagio, producono sofferenza fisica e psichica e compromettono in modo strutturale il benessere delle persone trattenute”. Luoghi, quindi, che non sono migliorabili o emendabili, ma che vanno chiusi.
Val la pena ricordare che Marco Cavallo nasceva contestualmente ad un’altra importante realizzazione triestina per il superamento delle istituzioni sociali attraverso la restituzione di dignità e diritti alle persone, ossia di quella che può essere considerata la prima esperienza di cooperazione sociale in Italia, la Cooperativa Lavoratori Uniti (CLU), fondata nel dicembre 1972 con la collaborazione di alcuni psichiatri, tra i quali Franco Basaglia, di un gruppo di pazienti del manicomio di Trieste e di vari operatori del settore.
Quando Marco Cavallo è giunto davanti al CPR, dentro a quei muri che confinano le persone, ad amministrarne la sofferenza, l’esclusione sociale e la negazione dei diritti, paradossalmente ha ritrovato con sgomento proprio una realtà, quella della cooperazione sociale, che era nata per abbattere i muri e le sbarre del manicomio, e che oggi gestisce analoghi muri e sbarre. Non solo una contraddizione ma una distorsione, un cortocircuito etico – sociale che si realizza nel quasi totale silenzio del mondo cooperativo, in una sorta di indifferenza sociale difficilmente giustificabile. Un’indifferenza che sembra porre le sue radici ed attecchire in un privatismo diffuso ed in uno scenario in cui ormai da anni pare sia stata smarrita la bussola sociale ed in cui l’etica è sempre più spesso subordinata alla dimensione economica d’impresa. In tal senso “l’affare” CPR è un chiaro esempio di questa deriva ed una testimonianza di quella che potrebbe essere definita come “ipocrisia (del) sociale” con attori che hanno perso ogni coerenza con quelle che dovrebbero essere le loro finalità istituzionali ed i loro valori di riferimento.
Ma perché è importante occuparsi di questo aspetto gestionale che potrebbe sembrare residuale? Perché come diceva Basaglia fa emergere un’enorme contraddizione che contraddistingue lo stato di salute del Terzo Settore, e della Cooperazione Sociale in particolare, ed è indicativa di un decadimento umano e sociale i cui esiti fanno da terreno fertile per il proliferare di politiche securitarie con una gestione che si allarga e contagia il sociale. Così non solo la cooperazione sociale perde i suoi caratteri originari, ma in questo cortocircuito istituzionale diventa una sorta di cavallo di troia per indebolire se non smantellare dall’interno il sistema di Welfare e la solidarietà sociale stessa.
Il cosiddetto passaggio dallo Stato Sociale allo Stato Penale, descrive una trasformazione fondamentale nelle politiche pubbliche e sociali delle democrazie occidentali negli ultimi decenni, teorizzata in particolare dal sociologo Loïc Wacquant, che utilizzano sempre più il carcere e il controllo penale per gestire la marginalità sociale. Un processo che passa anche attraverso le metamorfosi degli attori che popolano il sociale, come risulta evidente nel caso dei CPR che rappresentano un esempio emblematico della svolta punitiva dello Stato moderno, dove il controllo migratorio sostituisce le politiche di inclusione, trasformando la questione migratoria in un’emergenza di ordine pubblico gestita in regime di detenzione da uno dei soggetti del sociale che dovrebbe avere come finalità la promozione umana, l’integrazione sociale e la solidarietà.
Solidarietà che è caratterizzata, come ricordava il costituzionalista Stefano Rodotà, dalla sua “sostanziale irriducibilità alla logica di mercato” e che richiede che siano respinte “le pretese, e le tentazioni continue, di legittimare interventi che ridurrebbero la solidarietà a un principio di facciata […] Occorre un realismo non rassegnato che segua il lungimirante itinerario costituzionale che la individua come solidarietà politica, economica e sociale. Non è una prospettiva retorica ma un principio costitutivo di una società umana e democratica che sa individuare i princìpi che la fondano, e dai quali sa di non potersi separare” (Solidarietà, un’utopia necessaria. S. Rodotà).
Oggi, in un tempo di perdita della memoria e regressione culturale, è più che mai necessario ritornare a confrontarsi e tradurre in pratiche i valori e l’etica che dovrebbero contraddistinguere un impegno nel sociale fondato ed orientato da solidarietà, garanzia dei diritti, promozione umana ed inclusione e che, probabilmente, dovrebbe essere rifondato, trovando altre forme e modi per ripartire, per emanciparsi dalle attuali derive che alcune gestioni, come quella dei CPR in Italia, evidenziano.
Domenico Massano, pedagogista
Il presente articolo è stato pubblicato anche su https://personeediritti.altervista.org/

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